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TESTARDA E IRRIDUCIBILE: LA REALTA’

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di Gianni Pardo –   10 Ottobre 2015

Se un medico, riguardo a un paziente, ha già un’idea della malattia, è naturale che, in tutto ciò che man mano apprende, cerchi soprattutto altri sintomi e altre conferme di quell’idea. Causa, questa, non ultima di molte diagnosi errate. Nell’accostarci a un problema siamo tutti influenzati dalla nostra formazione culturale e dalla nostra natura. Catherine, la protagonista del dramma “Washington Square”, di Henry James, (divenuto film col titolo “L’Ereditiera”) è la scolorita e poco attraente figlia di un ricco medico. Essendo nutrita di mediocre romanticismo, quando un bel giovane mostra interesse per lei pensa soltanto che lo faccia perché innamorato. Le è infatti inconcepibile che sia interessato soltanto alla sua dote e alla futura eredità. Suo padre al contrario, essendo di temperamento prosaico, non si fa illusioni e si oppone alla relazione con tutte le sue forze. Col suo sviluppo, il dramma dimostra che il padre aveva ragione e tuttavia, nella vita, sarebbe potuto accadere che avesse torto: lo esemplifica un altro film, “Il sospetto” di Hitchcock. La nostra percezione della realtà è fortemente influenzata dagli schemi che abbiamo già in mente e i nostri giudizi pre-confezionati, detti appunto “pre-giudizi”, spesso prevalgono sulle risultanze dell’esperienza.
Purtroppo, i normali parametri umani sono sbagliati sin dall’inizio. I bambini vivono nella realtà (per esempio quella della scuola) ma ad essa preferiscono il sogno: le favole, i cartoons, i film. Tutte vicende in cui il magico domina ed è costantemente a favore di quel protagonista nel quale si immedesima il piccolo spettatore. Il bambino così “vince” su streghe, malefici e qualunque genere di nemico, aderendo insomma ad un modello malauguratamente immaginario.
Gli uomini non maturano molto, crescendo. Benché sin dall’infanzia abbiano visto che ognuno pensa soprattutto a sé stesso, continuano ad essere scandalizzati dall’egoismo imperante. Spesso senza nemmeno accorgersi del loro proprio. Per quanto riguarda la politica, dopo aver costantemente osservato la lampante differenza fra il comportamento dell’individuo di chi agisce per sé e di colui che agisce nell’interesse comune, non smettono di sognare interi sistemi politico-economici fondati sulla virtù, come il comunismo. Sistemi che falliscono clamorosamente. Anche dopo che ha conquistato la democrazia, il popolo continua a credere a sfacciate panzane, per esempio che un organismo come l’Onu – impotente ma gigantesca fabbrica di favole in cui spesso si dà ragione a chi ha torto – possa assicurare la pace nel mondo.
Malgrado ogni possibile smentita, ci sono coloro che credono ad una quantità di fenomeni paranormali che in realtà non sono “paranormali” ma semplicemente inesistenti. Eppure gli studiosi della materia e gli allocchi che li ascoltano e li foraggiano continuano ad essere una folla. Gli uomini sognano di contraddire i dati scientifici e la natura umana, tanto che la capacità d’illusione collettiva riesce ad istituzionalizzarsi. Ad esempio, la credenza di una “vita dopo la morte” – di cui non si ha nessuna prova, nessun segno, nessuna esperienza – viene ritenuta una certezza dalla maggior parte della gente. L’eterno silenzio dei cimiteri dovrebbe insegnare qualcosa e invece gli uomini sono passati dal desiderio di non morire alla certezza che non moriranno. Con un salto logico di cui dovrebbero vergognarsi i bambini che leggono le favole.
E tuttavia la massima convinzione contraria all’esperienza è il concetto di Divina Provvidenza. Mentre nella realtà tutto avviene secondo una catena causale assolutamente implacabile, cieca e incurante di noi, milioni di persone continuano a credere all’esistenza di un Dio che tutto sa, tutto può e ci ama per giunta. E poi sono costretti a constatare che a volte – senza discriminare tra buoni e cattivi, tra benefattori e criminali, tra adulti e bambini – muoiono in modo orrendo decine di migliaia di persone per alluvioni, per guerre civili, per epidemie e terremoti. O per stermini programmati di milioni di innocenti, come ad Auschwitz o in Cambogia. Tutto ciò senza che mai si veda un intervento provvidenziale che devii il corso degli eventi. Comanda la più piatta legge di causalità. Basta mettere milioni di persone in stanzoni in cui inserire un gas mortale, ed esse muoiono. La chimica domina incontrastata.
Gli uomini continuano ogni giorno ad illudersi che “la realtà non sia soltanto ciò che si vede”, ogni giorno la realtà continua a smentirli, ma non per questo essi cambiano opinione: se ciò che constatano è “troppo semplice”, “troppo brutto”, “troppo inaccettabile” per essere vero, basta dichiararlo falso.

LA REAZIONE ALLE VIOLENZE DI MILANO

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di Gianni Pardo – 5 Maggio 2015

La reazione al comportamento negativo del prossimo varia nel tempo e nello spazio. Ci sono Paesi più severi e Paesi più tolleranti, e lo stesso Paese può avere avuto comportamenti diversi nel corso del tempo. Comunque tutte le comunità considerano giusto che il bilanciamento tra il bene aggredito e il bene del malfattore su cui la società si rivale non possono essere del tutto equilibrati: la sanzione deve superare l’offesa, anche per fini di politica criminale. Nessuno reputerebbe giusto che la punizione per il borseggiatore che abbia rubato cinquanta euro sia la semplice restituzione della somma, con un’ammenda di venti euro. Sarebbe un incoraggiamento al furto con destrezza. In realtà, soprattutto in passato, la voglia di rivincita è arrivata ad inammissibili esagerazioni. La legge islamica per esempio prevede per il ladro il taglio della mano (e a volte anche del piede dall’altro lato del corpo) o la lapidazione per l’adultera. Ecco perché il famoso principio “dente per dente, occhio per occhio”, da molti considerato “selvaggio”, è in realtà una limitazione alla voglia di vendetta della vittima. Ragionando invece come ragiona la sharia, per una lesione gravissima bisognerebbe prevedere la pena di morte.
Da molto tempo nel mondo occidentale sono considerate inammissibili le punizioni corporali e ogni forma di crudeltà. Ma questa tendenza alla mitezza è divenuta spesso un’esagerazione. L’opinione pubblica giudica gli adulti con la condiscendenza e la tolleranza che un tempo si aveva soltanto per i bambini. Sarà pur vero che oggi, a causa della facilità della vita moderna, molti adulti sono meno responsabili dei ragazzini di un tempo: ma passare sopra le loro malefatte può anche suonare come un incoraggiamento. Ci sono dei maggiorenni che, dopo aver violentato in gruppo una donna, sono capaci di dire: “Dopo tutto volevamo soltanto scherzare”. E altri dicono di avere commesso il reato “perché si annoiavano”. Questi personaggi non sono ragazzoni spensierati, sono pericolosi pazzi morali.
Naturalmente, per comportarsi così, avranno un loro background, come si dice oggi. E infatti tutti sentono il dovere di interrogarsi sull’ambiente di provenienza, sul passato personale del colpevole, ed anche sulla sua salute mentale. Cosa lodevole. Ma tutto comprendere non deve corrispondere a tutto perdonare.
Siamo passati da un eccesso all’altro. Le legislazioni primitive spesso non distinguevano l’atto doloso dall’atto colposo ma è anche eccessivo porsi troppe domande. Indagando a fondo si giungerebbe sempre ed inevitabilmente alla conclusione che l’imputato, almeno soggettivamente, non è colpevole. Del resto è la conclusione cui si giunge con il determinismo psichico, l’unico criterio in linea con l’interminabile catena di cause ed effetti che domina la scienza e tutta la realtà. Ma la società si deve difendere.
Il contemporaneo “perdonismo” si nutre anche di due fattori caratteristici della nostra epoca: le comunicazioni di massa e la democrazia. Un fatto di cronaca nera, se eclatante, non interessa soltanto i Carabinieri o i vicini di casa, ma l’intera nazione, la quale si erge immediatamente a giudice civile, penale ed etico. E non lo dimentichiamo: la sua opinione – siamo in democrazia – finisce col pesare.
Purtroppo la sua influenza non sempre va nella direzione giusta: perché non tutti sono culturalmente attrezzati per occuparsi di queste cose. E si verifica un fenomeno che, pure piccolo in sé, moltiplicato per milioni di volte ha conseguenze impressionanti. Ognuno, quando non è toccato personalmente e quando il conto da pagare va ad altri, preferisce la parte del magnanimo, di colui che perdona. Dunque colui che è incaricato di agire sa che non sarà sostenuto, se cercherà di far applicare la legge. E qui entra in gioco la democrazia. Quando l’intero popolo vuole essere tanto “buono”, i suoi governanti non accettano certo di fare la parte dei “cattivi”. Ed ecco il perdonismo.
Recentemente è apparsa una doppia vignetta. La prima portava l’intestazione: “Un tempo”, e c’erano dei genitori che, in presenza del professore, dicevano furenti al figlio: “Ma come ti permetti di avere una simile pagella?”. Nella seconda – “Oggi” – due genitori, in presenza del figlio, gridano furenti al professore: “Ma come si è permesso di dare questa pagella a nostro figlio?”
Così si arriva alle violenze di Milano. Gli anziani (e i danneggiati) non si capacitano che la polizia assista inerte alle devastazioni ed anzi si lasci aggredire. Eppure la spiegazione è semplice: le autorità hanno paura di reagire. Il Paese in fondo è tendenzialmente tollerante. Nei black block e assimilati vede dei ragazzi piuttosto vivaci. E dopo tutto, non hanno ammazzato nessuno. Viceversa non dimostrerebbero alcuna tolleranza se i ragazzi in divisa reagissero come sono stati perfino addestrati a fare. L’Italia è la nazione in cui Carlo Giuliani è una vittima e anche un eroe.
Inutile prendersela con la polizia e i carabinieri di Milano. Inutile prendersela col nostro ministro dell’Interno. Siamo noi italiani che perdoniamo, alzando gli occhi dal piatto al teleschermo. Tutto il resto è una conseguenza.

Naufraghi nel mediterraneo

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di Gianni Pardo

I genitori che hanno figli dediti alla droga sono costretti a vivere un dilemma ineludibile. Sia dare loro il denaro per comprarsela, sia negarglielo, può condurre a tragedie. I rimedi hanno quasi sempre delle controindicazioni e a volte le scelte sono drammatiche. Ciò spiega come certi problemi si prolunghino nel tempo e sembrino irresolubili. Soprattutto perché, di ogni soluzione seria, le anime buone vedono soltanto le controindicazioni immediate, e preferiscono rendere il problema eterno piuttosto che affrontarlo. C’è gente che è morta per non aver voluto subire in tempo un’operazione chirurgica di routine.
Ciò si verifica con l’immigrazione irregolare dall’Africa: un problema che ci tormenta da anni e contro il quale non si è mai voluto reagire in modo razionale. L’opinione pubblica e i politici si sono soltanto chiesti: “Si possono lasciare morire in mare dei [possibili] naufraghi? Certo che no. E allora intanto li salviamo e li portiamo in Italia. Poi si vedrà”. E infatti s’è visto e si vede.
In realtà si poteva fare qualcosa di diverso. Se i genitori dànno o non dànno il denaro al figlio, questi si drogherà comunque. Per quanto riguarda gli emigranti, invece, ci si può chiedere: se gli italiani smettessero di salvarli, ne morirebbero di più o di meno? Non bisogna partire dal momento in cui, mentre il mare diviene grosso, c’è un barcone fatiscente stracolmo di poveracci. In quelle condizioni, se non si fa il possibile per salvarli, nulla e nessuno potrà farli sfuggire all’atroce destino di morire tutti annegati. Bisogna piuttosto chiedersi se si possa evitare che si trovino lì.
La prima domanda che bisogna porsi è come mai essi abbiano accettato il rischio di andare incontro alla morte. Se sono saliti in centinaia su un vecchio peschereccio è perché erano certi che sarebbero stati raccolti da navi sicure non appena avessero perso di vista la costa. Se è così, siamo sicuri che non ci sia una responsabilità italiana, nel fatto che si siano ammassati su quel guscio di noce? Gli emigranti contano talmente sul nostro aiuto che, se ritardassimo, ci accuserebbero di essere noi i responsabili della tragedia che ne è nata.
È effettivamente come se noi ci fossimo impegnati a questo servizio. E infatti qualcuno – paradossalmente ma non tanto – ha affermato che risparmieremmo istituendo un regolare servizio di traghetto. Quegli emigranti non sono né richiedenti asilo politico, che magari non sanno che cos’è, né normali naviganti che si trovano a rischio di naufragio a causa di un imprevisto: sono persone alle quale è stato detto: “Salite su questa barca e gli italiani verranno a prenderci. Per così dire ci stanno aspettando”. Non è né incoscienza e nemmeno coraggio, è un sistema consolidato in cui l’Italia spende molti milioni, gli scafisti guadagno soldi a palate, alcune persone magari muoiono, ma la maggior parte – inclusi forse dei terroristi – arriva in Italia dove, almeno all’inizio, è alloggiata e nutrita. Anche se non sempre all’altezza di un buon ristorante, e infatti si sono avute proteste, per questo.
Se tutto ciò è vero, il primo rimedio sarebbe togliere a questa gente l’illusione che il Mediterraneo sia un placido laghetto da traversare su un pedalò. Già oggi, con questo nostro sistema che cerca disperatamente di non fargli rischiare la vita, muoiono a centinaia, tanto varrebbe far loro misurare il vero pericolo, costringendo i proprietari dei natanti da buttar via a far loro un discorso molto diverso da quello attuale: “È inteso che il viaggio è estremamente rischioso, perché con questa barcaccia dovrete arrivare fino alle acque territoriali italiane. Il rischio di naufragio è altissimo e molti di voi moriranno, prima di vedere l’Italia”. Un messaggio opposto a quello attuale. Gli stessi scafisti saprebbero di giocarsi la vita ai dadi.
Oggi le anime buone si chiedono come si potrebbero salvare più disgraziati in pericolo in mezzo al mare, e gli immigrati muoiono lo stesso, a centinaia, inclusi tanti poveri bambini. Domani potrebbero finalmente cominciare a chiedersi come evitare che si trovino dove non dovrebbero mai trovarsi, con un natante inadeguato. E se lasciargli l’intera responsabilità di un rischio assurdo non sia l’unico che possa salvare le loro vite .

L’arroganza al potere

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di Giani Pardo – 22 Marzo 2015

Ci sono tesi che si sostengono con piacere: sono quelle che si possono difendere senza essere minimamente sospettati di partigianeria, dal momento che, al contrario, di solito si sta sulla barricata opposta.
Massimo D’Alema è da sempre una persona irritante. Scambia costantemente il sarcasmo per umorismo. Non riesce a non far trasparire la sconfinata ammirazione per la propria intelligenza e il disprezzo per la stupidità altrui. È così dichiaratamente “antipatico”, da essere riuscito – malgrado gli universali riconoscimenti – a fare meno carriera di altri. Egli è insomma la migliore dimostrazione delle teorie di Machiavelli: ha le qualità giuste per andare lontano in politica, ma gli manca il buon senso di obbedire al Segretario Fiorentino quando consigliava di avere almeno l’apparenza, se non la sostanza della virtù. Lui riesce invece ad avere una sostanza cattiva e un’apparenza pessima.
Ma tutto ciò non limita la validità di un principio universale: un’affermazione non è vera secondo chi la formula, ma secondo la sua corrispondenza alla realtà. Dunque, se D’Alema afferma che il Pd è “un partito a forte componente personale e anche con un certo carico di arroganza”, dice una sacrosanta verità. E proprio “sacrosante” sono state definite le sue parole da Pierluigi Bersani. Non importa che anche D’Alema sia arrogante. Non importa che, come insinuano i renziani, il suo atteggiamento possa anche essere dettato dalla frustrazione di contare tanto meno di un tempo: la verità rimane la verità. Il Pd è effettivamente un partito dominato in modo brusco e irrispettoso da un giovanotto di nome Renzi che, malgrado il suo frequente sorriso e il suo atteggiamento di ragazzo che non invecchierà mai, alla Gianni Morandi, è nella sostanza più arrogante dello stesso D’Alema. E ce ne vuole.
Naturalmente nessuno pretenderà di moraleggiare, riguardo all’attuale Primo Ministro: ma rimane lecita la critica riguardante l’efficacia di un simile comportamento. Già uno degli ambasciatori della guerra del Peloponneso, per come riferisce Tucidide, insegnava che anche se la benevolenza nei confronti dei vinti non è priva di controindicazioni, la crudeltà nei loro confronti renderà in futuro ancor più determinata la resistenza dei possibili sconfitti. Perché i combattenti sanno di non avere nulla da sperare dalla resa. Che Renzi comandi passi, che infierisca no. Che sostegno può aspettarsi, al bisogno, da un Bersani che già oggi, e pubblicamente, approva le critiche più acerbe? Che lealtà può aspettarsi da un Enrico Letta non soltanto pugnalato alle spalle, ma perfino irriso? Chi si lascia dietro una scia di feriti, deve anche prendere in considerazione l’idea che i feriti, appena si riprenderanno un po’, si coalizzeranno contro di lui.
Fra l’altro, il trionfalismo dei renziani sembra del tutto infondato. Innanzi tutto quel famoso “superamento del 40%” dei consensi, tanto sbandierato, riguardava elezioni europee che gli italiani sentono ininfluenti, rispetto alla loro realtà quotidiana; poi in quel momento la consultazione suonò come un ballottaggio fra il Pd e Grillo e dunque, ridimensionato definitivamente Grillo, questa alternativa non si porrà più.
In secondo luogo, la luna di miele del governo dura finché il popolo pensa che non ha “ancora” realizzato le proprie promesse. Col passare del tempo invece subentra la delusione, e non c’è sorriso, battuta o sarcasmo che riesca a vincerla. Nel nostro caso la delusione è fatale non tanto perché il governo sia pessimo o non abbia buona volontà, ma perché il problema, per l’Italia come per il resto d’Europa, è insolubile finché non si cambia mentalità. È il modello dello statalismo, del sindacalismo, del fiscalismo che è in crisi. Le enormi difficoltà economiche ne sono soltanto la conseguenza. E finché statalismo, sindacalismo e fiscalismo non saranno rigettati dal popolo, nulla di serio cambierà, se non in peggio.
Dunque il futuro non è roseo. Ci si può chiedere quando la gente arriverà alla fatale esasperazione di fronte all’ottimismo sfacciato e provocatorio di Renzi, propinato quotidianamente in dosi da cavallo. Ma quand’anche l’ex sindaco riuscisse a durare – e in politica la cosa è più difficile di quanto lui stesso sembri pensare – probabilmente si troverebbe a capeggiare l’Italia nel momento peggiore. In fondo, tutti gli sforzi che si stanno facendo per salvare la Grecia non riguardano la Grecia: si vuole soltanto coprire il disastro di una unione economica insostenibile, rinviando la resa dei conti. E nel momento in cui questa resa dei conti diverrà attuale, il tonfo più rumoroso sarà proprio quello dell’Italia, perché è il più grande, il più ricco e contemporaneamente il più insalvabile dei grandi Paesi in crisi.
Da chiunque provenga l’arroganza, oggi come oggi è veramente inammissibile.

L’Europa senza passato

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di Gianni Pardo – 15 febbraio 2015

Sorprendentemente, un libro sullo spiritismo insegnava che i fantasmi non sono immortali. “Vivono” un paio di secoli, al massimo tre. E infatti le apparizioni di antichi romani o di faraoni sono molto rare.
Ciò forse dipende dal fatto che, per l’individuo normale, il passato non è una semiretta protesa nell’infinito del tempo: è, in primo luogo, il proprio passato, e poi quello dei genitori, o poco più. Come “vedere” il fantasma di un baglivo – e siamo appena nel Medio Evo – se molta gente non ne ha mai nemmeno sentito parlare?
Questa limitatezza di prospettive ha influenza sulla comprensione della realtà. Negli anni successi al 1920, gli europei non solo sapevano che cos’era un’epidemia, perché avevano vissuto la tragedia della “spagnola”, ma sapevano anche che questo fenomeno non apparteneva ad un passato lontano e quasi mitologico. Era qualcosa che poteva verificarsi da un giorno all’altro, e metterci mesi o anni, a sparire. Invece oggi, meno di cent’anni dopo, la parola “epidemia” non spaventa nessuno, perché non fa parte del passato dei contemporanei.
Il fenomeno ha conseguenze notevoli. Dal momento che l’Europa non vive una vera guerra dal 1945, è invalsa l’idea che essa sia inconcepibile, nell’epoca contemporanea e faccia parte di un passato ormai morto. Comunque va evitata ad ogni costo, perché non esiste un solo caso in cui sia opportuno farla. Addirittura molti non riescono neppure a prendere in considerazione l’ipotesi che la guerra ce la faccia qualcun altro, costringendoci a difenderci. Se uno ne parla, si dimenano come pesci presi all’amo. “Ma chi vuoi che ci attacchi?”, “Ma è un’idea inverosimile!”, “E comunque, non si potrà intavolare un negoziato, in modo da evitarla?”
Moltissimi credono veramente che la Costituzione ci difenda contro la possibilità di essere coinvolti in una guerra. Questa non è più un’ipotesi realistica, è soltanto uno spauracchio, come l’Uomo Nero dei bambini, oppure il sogno di persone dementi e criminali che vorrebbero, sadicamente, far scorrere fiumi di sangue.
Qui si vede la differenza fra le persone che hanno studiato e quelle che sono soltanto andate a scuola. Per chi si è nutrito di storia, il passato non si ferma al nonno: comprende un numero pressoché infinito di guerre, di rivoluzioni, di carestie, di migrazioni, di massacri. Tutti gli avvenimenti cui può dar luogo la natura da un lato e la follia dell’umanità dall’altro. Quella stessa pace che oggi, per tutti, è un’ovvietà, per lui, secondo la famosa definizione, è soltanto un intervallo fra due guerre.
A tutto questo si pensa, mentre nel mondo si addensano nuvole gonfie di scontri, di lutti, di tragedie. È come se l’umanità dei Paesi sviluppati, viziata da troppi decenni di pace e prosperità, non avesse passato. E i giovani, convinti che il mondo sia nato insieme con loro, sono audaci. Mettono a rischio la loro vita con lo sport, con la velocità, con le imprese spericolate, perché nella loro mentalità nessuno è mai morto – o almeno, nessuno è mai morto fra coloro che loro frequentano, in particolare i coetanei – dunque i pericoli di cui parlano i vecchi sono soltanto la prova della loro cautelosa vigliaccheria. Nello stesso modo, in tutti i Paesi – e soprattutto nel nostro, portabandiera quando si tratta di sbagliarsi – si fa a gara per ridurre le spese militari, per lottare contro tutto ciò che potrebbe difenderci (per esempio i radar siciliani del Muos), per cercare di non rinnovare la nostra aviazione, e per aprire le porte a tutti, in modo che ci si possa anche fare la guerra dall’interno.
Purtroppo, ciò che non s’è imparato in una vita si può imparare in un giorno. Tutto il buonismo di cui trabocca il nostro irenico Paese scoppierebbe come un palloncino il giorno in cui fossimo fatti oggetto di un’aggressione sanguinosa e impressionante. Allora tutti darebbero addosso ai nostri governanti, perché non hanno preparato la nazione a difendersi. Si sprecherebbero le condanne politiche e morali; l’indignazione sarebbe la cifra unificatrice dei sentimenti del Paese; forse qualche procura, magari quella di Trani o quella di Agrigento, “aprirebbe un fascicolo”, a carico del nostro Primo Ministro o, chissà, del Presidente americano.
In quel momento, in un angolo, triste e ignorata, Cassandra non mormorerà neppure: “Ve l’avevo detto”. Perché, nella sua saggezza di profetessa, sa benissimo di aver parlato a gente priva di orecchie.

A che servirà la morte del pilota

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Gianni Pardo -  4 febbraio 2015

Coloro che agiscono in nome dello Stato Islamico hanno bruciato vivo il pilota d’aereo militare giordano che avevano catturato. Dal punto di vista umano, è inutile fare commenti. Dunque saltiamo le manifestazioni di indignazione ed esaminiamo l’episodio dal punto di vista bellico e politico.
Suscitando l’orrore del mondo, i tagliagole dell’Isis si credono forti. Vogliono incutere terrore, dando quasi la sensazione che ciò che hanno fatto ad un loro prigioniero potrebbero poi farlo a tutti, ma il loro punto di vista è simile a quello dei bambini che cercano di prendere a calci gli adulti. I piccoli lo fanno perché – sulla base delle precedenti esperienze – sono certi che l’aggredito non risponderà con un calcio “da adulto”. Gli assassini dell’Isis sembrano credere che soltanto loro siano capaci di essere crudeli e che gli altri non oserebbero mai esserlo altrettanto. Non soltanto dimenticano che tutti gli uomini sono capaci del peggio, anche quelli che non lo sanno (la famosa “banalità del male” di Hannah Arendt) ma che, se in guerra ci si trattiene dal commettere azioni atroci, è per evitare che il nemico si comporti nello stesso modo. In questo caso c’è l’aggravante che i sostenitori dell’Isis abbiano votato via internet per quel crimine orrendo. Ciò rende colpevoli anche i civili. Con conseguenze che potrebbero essere tremende.
Nella Prima Guerra Mondiale, chi ebbe l’idea dei gas probabilmente pensava a quanti nemici avrebbe ucciso senza che i soldati della sua parte pagassero alcun prezzo. Poi invece si vide che anche la controparte poteva servirsi di quell’arma orribile, e che il vento, cambiando direzione, uccideva addirittura i soldati che l’avevano usata. Dunque si rinunciò ai gas non per umanità ma per non pagare lo scotto di subirne le conseguenze. Nello stesso modo i fanatici dell’Isis dovrebbero immaginare che le parti che hanno subito le loro nefandezze ne prendono buona nota e pensano di restituirle con gli interessi.
Se ancora l’Isis fosse uno Stato tanto potente e tecnologicamente avanzato da non dover temere nessuno, la sua ferocia sarebbe certo inammissibile ma potrebbe rimanere impunita. Invece, scontrandosi con un esercito serio, le sue bande di facinorosi criminali sarebbero spazzate via come mosche, e sterminate con la più totale indifferenza. Che corrano questo rischio è assolutamente vero. Basta vedere chi potrebbero domani trovarsi di fronte. Nella guerra contro l’Iraq, l’esercito iraniano mandava avanti i bambini affinché saltassero (e morissero) sulle mine, in modo che sopravvivessero i soldati che li seguivano e che erano più utili per vincere la battaglia. Come credono che reagirebbe un Paese che ha questo rispetto per la vita umana, se poi volesse sterminare i terroristi a migliaia, senza fare prigionieri, magari trasformandoli in torce umane col napalm, dopo che essi hanno bruciato vivo uno dei loro?
La barbarie è comune a tutti, ma quella degli Stati raggiunge picchi industriali. Senza ricordare la Shoah, basta porsi il problema di Hiroshima. Per l’uso della bomba atomica la giustificazione fu duplice. Da un lato, visto che i giapponesi erano disposti a morire fino all’ultimo pur di difendere il loro territorio, anche senza avere nessuna speranza di evitare l’inevitabile, si trattò di non pagare con decine di migliaia di morti una vittoria che tecnicamente era già stata conseguita. Dall’altro, uccidendo magari centomila persone innocenti in un solo colpo, si evitava di uccidere un milione di altri giapponesi pur di costringere Tokyo alla resa. Ma, se il Giappone fosse stato in possesso della bomba atomica, gli americani avrebbero sganciato le bombe su Hiroshima e Nagasaki?
Ecco l’errore dell’Isis. La tecnologia di cui si servono per ottenere i grandi titoli dei giornali è costituita da qualche coltello, da qualche pietra e ora da qualche fiammifero. La Giordania, ad ogni buon conto, dopo anni di clemenza, ha impiccato la donna di cui l’Isis aveva chiesto il rilascio, e per far buon peso qualche altro terrorista. E andrà bene, a questi amici dell’Isis, se non saranno bruciati vivi. Non ci si può neppure contare. Quando la guerra si incattivisce, nessuno confessa le atrocità che commette. Magari rincarando la dose, per punire gli avversari, anche a spese degli innocenti.
Alle Convenzioni di Ginevra non sono giunte nazioni europee imbelli, ma nazioni che per secoli si erano fatta la guerra assolutamente senza alcuna delicatezza. Ora i furbastri dell’Isis credono di poter prescindere dalle regole, e non capiscono che se altri le hanno accettate è stato per evitare il peggio a proprio danno. Con i rilanci delle efferatezze perdono tutti.
L’Isis finirà con l’imparare un po’ di storia. Lo farà con l’esperienza. Soprattutto dal momento che dall’altra parte non avrà soltanto i compatrioti di Florence Nightingale, ma dei musulmani mediorientali arrabbiati e assetati di vendetta. Buon divertimento.

LA LEZIONE DEL BVD LENOIR

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di Gianni Pardo – 7 gennaio 2015

L’attentato di Boulevard Lenoir, a Parigi, farà scorrere banali fiumi d’inchiostro. Non è giornalismo scrivere ciò che gli altri sanno già e parlare di un orrore che tutti sentono. Deprecare una malattia non serve a niente. Solo cercarne le cause può essere utile. Quanto meno in futuro.

L’attentato di Parigi appare motivato dal fanatismo religioso islamico. Naturalmente nessuno si permetterebbe di dare all’Islàm la colpa di alcuni atti perpetrati in suo nome. Il fenomeno è qui trattato come una malattia proprio per indicare la totale indifferenza morale per l’agente che la provoca. La parola “antibiotico” etimologicamente significa; “che provoca la morte”, ma ciò non significa che l’uomo condanni a morte gli agenti patogeni, come se fossero moralmente responsabili di qualcosa. L’antibiotico si usa per obiettivi fini di autoprotezione. Analogamente, la discussione sul terrorismo, e sull’interpretazione pratica che alcuni musulmani dànno della loro fede, è sterile. Essenziale è sapere se possiamo convivere con loro o se dobbiamo difendercene.

Su questo punto bisogna essere assolutamente chiari. Poniamo che dei delinquenti – e non importano le loro motivazioni – convincano una bambina ad indossare una cintura esplosiva per uccidere quante più persone può in un mercatino rionale. Se fossimo avvertiti in tempo, se la vedessimo avvicinarsi, e se non avessimo nessun altro mezzo per fermarla, forse che non le spareremmo a vista? Non certo perché odiamo quella povera vittima. Questo paragone va tenuto presente. Tutto ciò che si dirà non costituirà un giudizio sui musulmani e non sarà espressione della minima animosità. Si tratta soltanto di realismo, come quello che ci farebbe uccidere la bambina.

Dopo un paio di generazioni, qualunque immigrato, in Europa, è assimilato alla popolazione locale. La Francia è piena di cognomi italiani, tedeschi, spagnoli, polacchi, e queste persone si sentono perfettamente francesi. Incluso l’ “ungherese” Sarkozy. Ma la regola non vale per i musulmani. Anche dopo due, tre, quattro generazioni, non si integrano al Paese che li accoglie. Per conseguenza bisognerebbe vietare loro l’immigrazione: non per ragioni astratte, semplicemente per evitare la formazione di gruppi allogeni. Abbiamo drammatici esempi di ciò.

Si direbbe che si sia dimenticato che sta all’ospite conformarsi agli usi della casa che l’accoglie. When in Rome, do as the romans do, quando sei a Roma conformati agli usi romani. Noi ci togliamo le scarpe, entrando nelle moschee, i musulmani non possono pretendere che cambiamo i nostri comportamenti per compiacerli. E invece è ciò che avviene. Abbiamo presidi che vorrebbero togliere il crocifisso dalle scuole o vietano di fare il presepe, perché ciò potrebbe offendere la sensibilità degli alunni musulmani; altri hanno tolto dalle mense i cibi che la religione islamica non permette, mentre mai si è pensato, per esempio,  alla cucina kosher per gli ebrei, che sono da noi da ben più tempo. Le musulmane hanno preteso – anche se pare non l’abbiano ottenuto – di farsi fotografare per le carte d’identità mostrando solo la fessura degli occhi, nel chador. In generale l’Occidente si è mostrato non soltanto rispettoso di questi ospiti ingombranti, ma addirittura intimidito da loro. Quando una rivista danese pubblicò una caricatura del Profeta, furono moltissimi a manifestare una certa riprovazione per chi aveva osato “offendere” un simbolo religioso, e passi: ma soprattutto tutti furono generosi di consigli di prudenza. Possiamo giudicare severamente il Papa, possiamo dire il peggio del peggio degli ebrei (ché tanto sono civili e non ci sparano) ma coi musulmani è meglio essere delicati fino allo scrupolo. Non si capisce che, quando si cede ai violenti, li si incoraggia.

Ormai non oseremmo dire, riguardo all’Islàm, niente di simile a ciò che all’occasione diciamo del Cristianesimo. Non che sarebbe giustificato giudicare male una di queste religioni: ma nella nostra civiltà è scritto che deve essere lecito farlo. E invece abbiamo tollerato che nelle nostre moschee fosse predicata l’intolleranza, quasi pretendendo la nostra sottomissione.

A questo andazzo si sono opposti ben pochi. Per antieuropeismo viscerale e per terzomondismo d’accatto, noi europei passiamo il tempo a batterci il petto e ad accusarci di ogni crimine: dall’essere cristiani all’essere [stati] colonialisti, dall’essere bianchi all’essere ricchi. Noi insceniamo questa finta autofustigazione e qualcuno prende sul serio quelle accuse e sogna di “infliggerci la giusta punizione”. In boulevard Lenoir qualcuno c’è riuscito.

La lezione di Parigi è molto breve: l’Occidente ha smesso di credere ai propri valori, non è più disposto a difenderli, ha raso al suolo le sue mura, ed ora si stupisce che i barbari non trovino ostacoli.

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