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L’ “imbucato” speciale

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LA CREDIBILITA’ DI RENZI

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di Gianni Pardo

 

Credere significa “reputare vero”. “Credito”, per la maggior parte delle persone, significa “avere diritto alla restituzione di una somma di denaro” ma in realtà il concetto è lo stesso, si tratta di “credere che il debitore pagherà”. E infatti con l’espressione “perdere credito” ci si stacca di nuovo dal denaro per significare che non si è più reputati affidabili, come chi non mantiene la parola, si rivela un bugiardo e non paga i debiti. La credibilità è una qualità morale, ma ha riflessi tanto concreti quanto è concreto il denaro.
Un famoso detto insegna però che “è inutile chiedere all’oste se il suo vino è buono”. In alcune professioni il piccolo inganno è tollerato e fa parte delle convenzioni: è quello che i romani chiamavano dolus bonus. Lo ritroviamo persino nella religione: nessuno si aspetta che un prete, celebrando un funerale, dica del defunto che era un emerito farabutto, anche se notoriamente lo era. E per lo stesso principio si è tolleranti con le promesse dei politici. Tutti sanno che non attueranno interamente i loro programmi elettorali, perché nessuno realizza l’impossibile, ma devono almeno fare una parte di ciò che hanno promesso. Ecco perché bisogna stare attenti a non esagerare. L’oste non deve vantare il vino annacquato come uno Château Lafite. Il politico può amplificare i propri meriti passati, colorire il suo programma, far sorgere rosee speranze, ma non deve arrivare al punto di perdere credibilità: perché il debitore che non paga non deve poi aspettarsi che la banca gli faccia credito.
Il nostro Primo Ministro Matteo Renzi ha esagerato e comincia a perdere credibilità. Vede solo lui la ripresa economica e cerca continuamente di convincerci che siamo ciechi noi, a non vederla. Si vanta d’avere abolito le province, pagato i debiti dello Stato, rimborsato i pensionati dopo la sentenza della Consulta (mentre ha speso un paio di miliardi invece di quattordici), riformato la legge elettorale, la scuola, il lavoro, il Senato, la Pubblica Amministrazione. Ora ci promette perfino un notevole abbassamento della pressione fiscale. Ma i cittadini gli effetti di queste famose riforme non li hanno visti. Quella del lavoro non ha prodotto un incremento dell’occupazione. La riforma del Senato non si sa se andrà in porto, e soprattutto se si rivelerà un bene l’irriformabilità delle leggi sbagliate, per esempio in seguito ad un agguato parlamentare. I debiti dello Stato sono ancora in massima parte da pagare. Le province forse non ci sono più, ma costano come prima e, fatto inaudito, la riforma della scuola è riuscita a mettere contro il Pd un corpo insegnante visceralmente di sinistra. No, questo non è un Château Lafite.
Il caso più interessante è tuttavia la “riforma della Pubblica Amministrazione”. Se c’è un mammut torpido e inerte, un Moloch tanto temibile quanto ottuso, una stalla più sporca di quelle di Augia, è la nostra Pubblica Amministrazione. Se c’è una corporazione tanto inefficiente quanto risoluta a conservare i propri privilegi, inclusi i più assurdi, è l’insieme degli impiegati dello Stato. La semplice idea di affrontare un simile problema farebbe dire ad Ercole che preferirebbe ricominciare il lavoro nelle stalle di Augia, piuttosto che riformare questo mostro. E invece ecco che Renzi ci offre la riforma già “praticamente fatta”, chiavi in mano. Ma giornali e televisioni hanno avuto difficoltà a descriverla. Gli alti dirigenti, pare, non saranno inamovibili. Forse saranno licenziabili, Tar permettendo. Ma è difficile ricordare altro. I turiferari dei telegiornali, dovendo citare qualcosa di concreto, ci hanno detto che, come numero di emergenza, invece di dover ricordare 113, 115, 118 e forse qualche altro, basterà fare il 112. Ottimo. I riformatori sono autorizzati a detergersi il sudore.
Per dare un esempio di ciò che si può reputare una riforma, basterà citare la mia nuova banca. Prima, per sapere quanto avevo sul conto, dovevo andare in filiale. Per ritirare del denaro, dovevo andare in filiale. Per fare un bonifico o per usare il bancomat, dovevo pagare. E via di seguito. Attualmente, con la mia banca, faccio tutto online. Bancomat (su tutte le banche) e bonifici sono gratuiti. Stando a casa posso sapere quali operazioni sono state effettuate sul mio conto, posso pagare le imposte con l’F24, posso fare versamenti in conto corrente postale, ed altro ancora, tanto che non so più quand’è stata l’ultima volta che sono stato in filiale. Questa è una riforma della banca. Quando vedrò qualcosa di analogo nella Pubblica Amministrazione, crederò che sarà stata riformata.
Piccola dimenticanza: nella prevista riforma c’è qualcosa d’importante, il silenzio assenso. Se la P.A. non risponde entro un mese è come se avesse detto sì. Non c’è da esserne entusiasti? Purtroppo questa disposizione non è nuova. L’abbiamo sentita annunciare molte volte, e non l’abbiamo mai vista. Che si chiami Godot?

UN’INTERPRETAZIONE DI ALEXIS TSIPRAS

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di Gianni Pardo – 1 Luglio 2015

Spesso la pulsione fondamentale, nella vita di un uomo importante, è soltanto una: la nuda ambizione. Il potere per il potere. Poi, se si è usato quel potere anche per fare qualcosa (Napoleone e la sua riforma del codice civile, per fare un esempio) tanto meglio. Ma è un sottoprodotto. Annibale invece non tendeva tanto a dominare l’Italia quanto a distruggere il potere di Roma. La sua molla fondamentale non era l’ambizione, era l’odio.
Questo metodo si può usare per provare a meglio capire Alexis Tsipras. Sappiamo ben poco, di quest’uomo, dunque il tentativo sarà più un gioco che uno studio serio.
Alcuni dati riguardanti il Primo Ministro greco sono noti e ovvi: è giovane, è coraggioso, è di estrema sinistra. Già queste caratteristiche devono indurre a non cercare in lui uno statista influenzato da una grande cultura e da un progetto politico vasto e articolato. Bisogna avere il senso delle proporzioni: niente che somigli a Metternich o a Bismarck. Tsipras è lo stesso ragazzo che sbarcava ad Ancona per andare a contestare un G7, G8 o quello che era.
Data la sua mentalità, forse la sua idea fondamentale è che i vecchi complicano i problemi fino a non vederne più la soluzione. Oppure, ad ammettere che la vedano, poi non hanno il coraggio di attuarla. La sua storia politica potrebbe dunque essere la seguente: ha osservato una Grecia ogni giorno più povera, ogni giorno più infelice e tuttavia sempre più indebitata. Forse la sua idea fondamentale è stata una, semplice e chiara: bisogna porre un termine a tutto questo, a qualunque costo.
Naturalmente si sarà ritrovata intorno una folla di persone che gli spiegavano i possibili inconvenienti di questa operazione: ma avrà subito notato che nessuno gli offriva una soluzione diversa e indolore. O il tormento interminabile della austerity, o il tormento forse più breve, ma probabilmente più doloroso, del default. E qui ha prevalso il temperamento di Tsipras. Immaginiamo i suoi pensieri: “Se deve andare male comunque, battiamoci con le armi in pugno. Non c’è forse Leonida, fra i nostri antenati? Non possiamo passare la vita a tendere la mano e a vivere di elemosina. Una volta o l’altra questo gioco arriverà al capolinea. E dal momento che va già tanto male, chi dice che andrà peggio?”
Ecco la decisione: all’Europa si chiederanno finanziamenti a fondo perduto, senza concedere nulla di ciò che essa chiede; e se dice di no si esce dall’euro. Si pagherà il prezzo che sarà necessario pagare, ma dopo qualche tempo la Grecia starà come stava prima di far parte dell’eurozona. I greci non saranno più ricchi, ma almeno non saranno additati come dei mendicanti, degli imbroglioni e dei truffatori. Il piano a molti sembra azzardato ma, se è vero che la condizione di Atene è disperata, si può essere sicuri che quella di Tsipras non sia la soluzione migliore?
Nel Medio Evo questa situazione si è verificata molte volte. Quando l’assedio si prolungava tanto che venivano a mancare cibo e acqua, gli assediati uscivano dal castello, risoluti a rompere l’assedio o a morire combattendo. Niente di nuovo sotto il sole. Oggi le autorità europee hanno fatto e fanno di tutto per impedire questo esito: moltiplicano i negoziati e le offerte, spaventate dai problemi che la defezione e il default di Atene potrebbero provocare all’Unione, e forse non capiscono quanto la Grecia sia esasperata, e quanto fedelmente Tsipras si sia fatto interprete della sua disperazione.
Naturalmente ci si può chiedere se questi sentimenti siano buoni consiglieri. Ma Tsipras, col suo temperamento da giovane, risponderà certamente che chi si pone troppi interrogativi alla fine non fa niente. Come non hanno fatto niente i suoi predecessori. Eccolo dunque alla testa della parte più stanca e contemporaneamente più coraggiosa dei suoi connazionali. E ora che la battaglia è cominciata si può soltanto augurare buona fortuna a questo ardente Giasone che sfida il freddo Sigfrido.
Il grande Tucidide ci ha ripetutamente insegnato che nessuna battaglia, nessuna guerra si svolge come inizialmente pianificato. E non si può dedurre con certezza, dagli schieramenti in campo, chi sarà il vincitore. Se il risultato del referendum sarà quello sperato da Tsipras non sappiamo dunque se la Grecia ne beneficerà alla grande o se avrà modo d’insegnare, a tutti quelli che sognano di seguirla, che la sua è una strada da non imboccare in nessun caso. E di questa chiarezza il mondo intero le sarà infinitamente grato.

LA REAZIONE ALLE VIOLENZE DI MILANO

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di Gianni Pardo – 5 Maggio 2015

La reazione al comportamento negativo del prossimo varia nel tempo e nello spazio. Ci sono Paesi più severi e Paesi più tolleranti, e lo stesso Paese può avere avuto comportamenti diversi nel corso del tempo. Comunque tutte le comunità considerano giusto che il bilanciamento tra il bene aggredito e il bene del malfattore su cui la società si rivale non possono essere del tutto equilibrati: la sanzione deve superare l’offesa, anche per fini di politica criminale. Nessuno reputerebbe giusto che la punizione per il borseggiatore che abbia rubato cinquanta euro sia la semplice restituzione della somma, con un’ammenda di venti euro. Sarebbe un incoraggiamento al furto con destrezza. In realtà, soprattutto in passato, la voglia di rivincita è arrivata ad inammissibili esagerazioni. La legge islamica per esempio prevede per il ladro il taglio della mano (e a volte anche del piede dall’altro lato del corpo) o la lapidazione per l’adultera. Ecco perché il famoso principio “dente per dente, occhio per occhio”, da molti considerato “selvaggio”, è in realtà una limitazione alla voglia di vendetta della vittima. Ragionando invece come ragiona la sharia, per una lesione gravissima bisognerebbe prevedere la pena di morte.
Da molto tempo nel mondo occidentale sono considerate inammissibili le punizioni corporali e ogni forma di crudeltà. Ma questa tendenza alla mitezza è divenuta spesso un’esagerazione. L’opinione pubblica giudica gli adulti con la condiscendenza e la tolleranza che un tempo si aveva soltanto per i bambini. Sarà pur vero che oggi, a causa della facilità della vita moderna, molti adulti sono meno responsabili dei ragazzini di un tempo: ma passare sopra le loro malefatte può anche suonare come un incoraggiamento. Ci sono dei maggiorenni che, dopo aver violentato in gruppo una donna, sono capaci di dire: “Dopo tutto volevamo soltanto scherzare”. E altri dicono di avere commesso il reato “perché si annoiavano”. Questi personaggi non sono ragazzoni spensierati, sono pericolosi pazzi morali.
Naturalmente, per comportarsi così, avranno un loro background, come si dice oggi. E infatti tutti sentono il dovere di interrogarsi sull’ambiente di provenienza, sul passato personale del colpevole, ed anche sulla sua salute mentale. Cosa lodevole. Ma tutto comprendere non deve corrispondere a tutto perdonare.
Siamo passati da un eccesso all’altro. Le legislazioni primitive spesso non distinguevano l’atto doloso dall’atto colposo ma è anche eccessivo porsi troppe domande. Indagando a fondo si giungerebbe sempre ed inevitabilmente alla conclusione che l’imputato, almeno soggettivamente, non è colpevole. Del resto è la conclusione cui si giunge con il determinismo psichico, l’unico criterio in linea con l’interminabile catena di cause ed effetti che domina la scienza e tutta la realtà. Ma la società si deve difendere.
Il contemporaneo “perdonismo” si nutre anche di due fattori caratteristici della nostra epoca: le comunicazioni di massa e la democrazia. Un fatto di cronaca nera, se eclatante, non interessa soltanto i Carabinieri o i vicini di casa, ma l’intera nazione, la quale si erge immediatamente a giudice civile, penale ed etico. E non lo dimentichiamo: la sua opinione – siamo in democrazia – finisce col pesare.
Purtroppo la sua influenza non sempre va nella direzione giusta: perché non tutti sono culturalmente attrezzati per occuparsi di queste cose. E si verifica un fenomeno che, pure piccolo in sé, moltiplicato per milioni di volte ha conseguenze impressionanti. Ognuno, quando non è toccato personalmente e quando il conto da pagare va ad altri, preferisce la parte del magnanimo, di colui che perdona. Dunque colui che è incaricato di agire sa che non sarà sostenuto, se cercherà di far applicare la legge. E qui entra in gioco la democrazia. Quando l’intero popolo vuole essere tanto “buono”, i suoi governanti non accettano certo di fare la parte dei “cattivi”. Ed ecco il perdonismo.
Recentemente è apparsa una doppia vignetta. La prima portava l’intestazione: “Un tempo”, e c’erano dei genitori che, in presenza del professore, dicevano furenti al figlio: “Ma come ti permetti di avere una simile pagella?”. Nella seconda – “Oggi” – due genitori, in presenza del figlio, gridano furenti al professore: “Ma come si è permesso di dare questa pagella a nostro figlio?”
Così si arriva alle violenze di Milano. Gli anziani (e i danneggiati) non si capacitano che la polizia assista inerte alle devastazioni ed anzi si lasci aggredire. Eppure la spiegazione è semplice: le autorità hanno paura di reagire. Il Paese in fondo è tendenzialmente tollerante. Nei black block e assimilati vede dei ragazzi piuttosto vivaci. E dopo tutto, non hanno ammazzato nessuno. Viceversa non dimostrerebbero alcuna tolleranza se i ragazzi in divisa reagissero come sono stati perfino addestrati a fare. L’Italia è la nazione in cui Carlo Giuliani è una vittima e anche un eroe.
Inutile prendersela con la polizia e i carabinieri di Milano. Inutile prendersela col nostro ministro dell’Interno. Siamo noi italiani che perdoniamo, alzando gli occhi dal piatto al teleschermo. Tutto il resto è una conseguenza.

Niccolò Renzi

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di Gianni Pardo – 30 Aprile 2015

I commenti sul comportamento di Matteo Renzi – sulla sua arroganza, sulla violenza della sua guida e sul suo insufficiente rispetto del Parlamento – sono innumerevoli. Le vicende dell’Italicum fanno scorrere fiumi di saliva e d’inchiostro e molti si stracciano le vesti: la legge elettorale fa parte di quelle regole che riguardano tutti e vanno votate, se non da tutti, da una larghissima maggioranza. In conclusione il Parlamento sembra minacciare la rivoluzione. Ma in Italia chiunque si interessi minimamente di politica queste cose le sa benissimo, tanto che il problema diviene: “Perché Renzi si comporta così?”
La domanda dimostra quanto sia difficile comprendere le cose facili quando queste sono ricoperte di miti, di retorica e di demagogia. Nessuno si porrebbe quell’interrogativo se fosse capace di sfrondare la realtà di tutte le sue sovrastrutture. I moventi di ogni uomo politico sono in primo luogo l’interesse personale e poi, se c’è spazio, la voglia di realizzare un programma.
Renzi fa un calcolo elementare: se impongo brutalmente la mia volontà, provocherò delle critiche e delle proteste, ma i miei avversari sono disposti a rinunciare al seggio parlamentare? No. E allora che protestino quanto vogliono. Io pongo la fiducia e loro chinano la testa. E se alcuni non lo fanno, per avere visibilità, buon divertimento. Che poi gridino come vergini violentate e promettano sfracelli, non ha nessuna importanza. A me basta che mi obbediscano tutti gli altri. E se poi, oltre ad obbedirmi, mi odieranno e mi temeranno, sarà un vantaggio in più, come diceva un altro fiorentino di nome Niccolò.
La grande fortuna di Renzi è che i fatti sono a suo favore, e lui è capace di percepirli esattamente quali sono. Alle parole non bada molto, sono cose che svaniscono nell’aria. Lui stesso le utilizza per i suoi scopi – ed infatti è un eccellente comunicatore – ma è una persona intelligente, e avviene solo occasionalmente che creda ciò che dice. Infatti è prodigo di promesse e di solito la sua “narrazione” è puramente fantastica e suggestiva. Secondo quel tale Niccolò, bisogna dare l’impressione di avere tutte le virtù – disinteresse, coraggio, moralità – senza averne alcuna, a meno che non sia anch’essa utile. E quanto alla verità, è soltanto un optional, di solito nocivo.
Rimane da vedere se, oltre a tutto ciò, Renzi abbia anche un progetto politico. La cosa non è impossibile. In Italia, seguendo le buone regole, non si combina nulla. Se dunque qualcuno beneficia di una congiuntura positiva ed ha il coraggio di approfittarne, si può finalmente fare qualcosa. Magari le famose riforme di cui si parla da un’eternità. Ma bisogna porre le condizioni giuste.
Per agire, bisogna avere il potere. Un potere quanto più è possibile personale. Soltanto questo consente alla necessaria risolutezza di operare. Ed ecco il piano. Si abolisce il Senato, in modo che ogni legge sia votata da una sola Camera. Giusta o sbagliata che sia questa legge, per ottenerla ci vorrà comunque la metà o anche un quarto del tempo di prima. Infatti col bicameralismo perfetto si è vittime del ping pong fra le due Camere, fino all’approvazione dell’identico testo da parte di ambedue. In secondo luogo, il partito che vince le elezioni deve essere al riparo dagli agguati: per questo deve avere un bel premio di maggioranza, mentre le opposizioni avranno soltanto un diritto di tribuna. Il Segretario del Partito – Niccolò Renzi, vedi caso – avrà il diritto di nominare parecchi deputati, e questo gli darà un enorme potere personale. E anche quelli che non avrà nominati saranno sotto il ricatto di essere mandati a casa e di non essere reinseriti nelle liste in occasione delle eventuali elezioni anticipate. Dunque faranno finta di protestare, ma alla fine faranno quello che vuole il Principe. Esattamente come oggi.
Se tutto andrà secondo i progetti di questo duca Valentino, presto ci dovrebbe essere un’unica Camera in cui comanda un solo partito, il Pd, nel quale comanderà un solo uomo, e si sa chi sarà. Questo signore (forse) effettuerà i famosi tagli alla spesa pubblica che sembravano impossibili, riformerà effettivamente il lavoro, taglierà le unghie ai sindacati, metterà in riga i dipendenti dello Stato, eliminerà i rami secchi delle ferrovie, accorperà i piccoli comuni e i piccoli ospedali, abolirà le province, razionalizzerà la distribuzione degli uffici giudiziari, in una parola farà tutto ciò che non si è mai riusciti a fare, in Italia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Potrebbe perfino abbassare la pressione fiscale e rimettere in moto l’economia, se l’Europa non scoppia prima. Se così fosse, la democrazia forse zoppicherebbe, ma l’Italia potrebbe rimettersi a correre.
Una cosa è certa: non c’è niente di misterioso, nel comportamento di Renzi. Sta soltanto approfittando, con ammirevole senso del reale e senza il minimo scrupolo, della situazione attuale. Come si conviene ad un vero politico.

Naufraghi nel mediterraneo

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di Gianni Pardo

I genitori che hanno figli dediti alla droga sono costretti a vivere un dilemma ineludibile. Sia dare loro il denaro per comprarsela, sia negarglielo, può condurre a tragedie. I rimedi hanno quasi sempre delle controindicazioni e a volte le scelte sono drammatiche. Ciò spiega come certi problemi si prolunghino nel tempo e sembrino irresolubili. Soprattutto perché, di ogni soluzione seria, le anime buone vedono soltanto le controindicazioni immediate, e preferiscono rendere il problema eterno piuttosto che affrontarlo. C’è gente che è morta per non aver voluto subire in tempo un’operazione chirurgica di routine.
Ciò si verifica con l’immigrazione irregolare dall’Africa: un problema che ci tormenta da anni e contro il quale non si è mai voluto reagire in modo razionale. L’opinione pubblica e i politici si sono soltanto chiesti: “Si possono lasciare morire in mare dei [possibili] naufraghi? Certo che no. E allora intanto li salviamo e li portiamo in Italia. Poi si vedrà”. E infatti s’è visto e si vede.
In realtà si poteva fare qualcosa di diverso. Se i genitori dànno o non dànno il denaro al figlio, questi si drogherà comunque. Per quanto riguarda gli emigranti, invece, ci si può chiedere: se gli italiani smettessero di salvarli, ne morirebbero di più o di meno? Non bisogna partire dal momento in cui, mentre il mare diviene grosso, c’è un barcone fatiscente stracolmo di poveracci. In quelle condizioni, se non si fa il possibile per salvarli, nulla e nessuno potrà farli sfuggire all’atroce destino di morire tutti annegati. Bisogna piuttosto chiedersi se si possa evitare che si trovino lì.
La prima domanda che bisogna porsi è come mai essi abbiano accettato il rischio di andare incontro alla morte. Se sono saliti in centinaia su un vecchio peschereccio è perché erano certi che sarebbero stati raccolti da navi sicure non appena avessero perso di vista la costa. Se è così, siamo sicuri che non ci sia una responsabilità italiana, nel fatto che si siano ammassati su quel guscio di noce? Gli emigranti contano talmente sul nostro aiuto che, se ritardassimo, ci accuserebbero di essere noi i responsabili della tragedia che ne è nata.
È effettivamente come se noi ci fossimo impegnati a questo servizio. E infatti qualcuno – paradossalmente ma non tanto – ha affermato che risparmieremmo istituendo un regolare servizio di traghetto. Quegli emigranti non sono né richiedenti asilo politico, che magari non sanno che cos’è, né normali naviganti che si trovano a rischio di naufragio a causa di un imprevisto: sono persone alle quale è stato detto: “Salite su questa barca e gli italiani verranno a prenderci. Per così dire ci stanno aspettando”. Non è né incoscienza e nemmeno coraggio, è un sistema consolidato in cui l’Italia spende molti milioni, gli scafisti guadagno soldi a palate, alcune persone magari muoiono, ma la maggior parte – inclusi forse dei terroristi – arriva in Italia dove, almeno all’inizio, è alloggiata e nutrita. Anche se non sempre all’altezza di un buon ristorante, e infatti si sono avute proteste, per questo.
Se tutto ciò è vero, il primo rimedio sarebbe togliere a questa gente l’illusione che il Mediterraneo sia un placido laghetto da traversare su un pedalò. Già oggi, con questo nostro sistema che cerca disperatamente di non fargli rischiare la vita, muoiono a centinaia, tanto varrebbe far loro misurare il vero pericolo, costringendo i proprietari dei natanti da buttar via a far loro un discorso molto diverso da quello attuale: “È inteso che il viaggio è estremamente rischioso, perché con questa barcaccia dovrete arrivare fino alle acque territoriali italiane. Il rischio di naufragio è altissimo e molti di voi moriranno, prima di vedere l’Italia”. Un messaggio opposto a quello attuale. Gli stessi scafisti saprebbero di giocarsi la vita ai dadi.
Oggi le anime buone si chiedono come si potrebbero salvare più disgraziati in pericolo in mezzo al mare, e gli immigrati muoiono lo stesso, a centinaia, inclusi tanti poveri bambini. Domani potrebbero finalmente cominciare a chiedersi come evitare che si trovino dove non dovrebbero mai trovarsi, con un natante inadeguato. E se lasciargli l’intera responsabilità di un rischio assurdo non sia l’unico che possa salvare le loro vite .

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