di Gianni Pardo – 5 Maggio 2015

La reazione al comportamento negativo del prossimo varia nel tempo e nello spazio. Ci sono Paesi più severi e Paesi più tolleranti, e lo stesso Paese può avere avuto comportamenti diversi nel corso del tempo. Comunque tutte le comunità considerano giusto che il bilanciamento tra il bene aggredito e il bene del malfattore su cui la società si rivale non possono essere del tutto equilibrati: la sanzione deve superare l’offesa, anche per fini di politica criminale. Nessuno reputerebbe giusto che la punizione per il borseggiatore che abbia rubato cinquanta euro sia la semplice restituzione della somma, con un’ammenda di venti euro. Sarebbe un incoraggiamento al furto con destrezza. In realtà, soprattutto in passato, la voglia di rivincita è arrivata ad inammissibili esagerazioni. La legge islamica per esempio prevede per il ladro il taglio della mano (e a volte anche del piede dall’altro lato del corpo) o la lapidazione per l’adultera. Ecco perché il famoso principio “dente per dente, occhio per occhio”, da molti considerato “selvaggio”, è in realtà una limitazione alla voglia di vendetta della vittima. Ragionando invece come ragiona la sharia, per una lesione gravissima bisognerebbe prevedere la pena di morte.
Da molto tempo nel mondo occidentale sono considerate inammissibili le punizioni corporali e ogni forma di crudeltà. Ma questa tendenza alla mitezza è divenuta spesso un’esagerazione. L’opinione pubblica giudica gli adulti con la condiscendenza e la tolleranza che un tempo si aveva soltanto per i bambini. Sarà pur vero che oggi, a causa della facilità della vita moderna, molti adulti sono meno responsabili dei ragazzini di un tempo: ma passare sopra le loro malefatte può anche suonare come un incoraggiamento. Ci sono dei maggiorenni che, dopo aver violentato in gruppo una donna, sono capaci di dire: “Dopo tutto volevamo soltanto scherzare”. E altri dicono di avere commesso il reato “perché si annoiavano”. Questi personaggi non sono ragazzoni spensierati, sono pericolosi pazzi morali.
Naturalmente, per comportarsi così, avranno un loro background, come si dice oggi. E infatti tutti sentono il dovere di interrogarsi sull’ambiente di provenienza, sul passato personale del colpevole, ed anche sulla sua salute mentale. Cosa lodevole. Ma tutto comprendere non deve corrispondere a tutto perdonare.
Siamo passati da un eccesso all’altro. Le legislazioni primitive spesso non distinguevano l’atto doloso dall’atto colposo ma è anche eccessivo porsi troppe domande. Indagando a fondo si giungerebbe sempre ed inevitabilmente alla conclusione che l’imputato, almeno soggettivamente, non è colpevole. Del resto è la conclusione cui si giunge con il determinismo psichico, l’unico criterio in linea con l’interminabile catena di cause ed effetti che domina la scienza e tutta la realtà. Ma la società si deve difendere.
Il contemporaneo “perdonismo” si nutre anche di due fattori caratteristici della nostra epoca: le comunicazioni di massa e la democrazia. Un fatto di cronaca nera, se eclatante, non interessa soltanto i Carabinieri o i vicini di casa, ma l’intera nazione, la quale si erge immediatamente a giudice civile, penale ed etico. E non lo dimentichiamo: la sua opinione – siamo in democrazia – finisce col pesare.
Purtroppo la sua influenza non sempre va nella direzione giusta: perché non tutti sono culturalmente attrezzati per occuparsi di queste cose. E si verifica un fenomeno che, pure piccolo in sé, moltiplicato per milioni di volte ha conseguenze impressionanti. Ognuno, quando non è toccato personalmente e quando il conto da pagare va ad altri, preferisce la parte del magnanimo, di colui che perdona. Dunque colui che è incaricato di agire sa che non sarà sostenuto, se cercherà di far applicare la legge. E qui entra in gioco la democrazia. Quando l’intero popolo vuole essere tanto “buono”, i suoi governanti non accettano certo di fare la parte dei “cattivi”. Ed ecco il perdonismo.
Recentemente è apparsa una doppia vignetta. La prima portava l’intestazione: “Un tempo”, e c’erano dei genitori che, in presenza del professore, dicevano furenti al figlio: “Ma come ti permetti di avere una simile pagella?”. Nella seconda – “Oggi” – due genitori, in presenza del figlio, gridano furenti al professore: “Ma come si è permesso di dare questa pagella a nostro figlio?”
Così si arriva alle violenze di Milano. Gli anziani (e i danneggiati) non si capacitano che la polizia assista inerte alle devastazioni ed anzi si lasci aggredire. Eppure la spiegazione è semplice: le autorità hanno paura di reagire. Il Paese in fondo è tendenzialmente tollerante. Nei black block e assimilati vede dei ragazzi piuttosto vivaci. E dopo tutto, non hanno ammazzato nessuno. Viceversa non dimostrerebbero alcuna tolleranza se i ragazzi in divisa reagissero come sono stati perfino addestrati a fare. L’Italia è la nazione in cui Carlo Giuliani è una vittima e anche un eroe.
Inutile prendersela con la polizia e i carabinieri di Milano. Inutile prendersela col nostro ministro dell’Interno. Siamo noi italiani che perdoniamo, alzando gli occhi dal piatto al teleschermo. Tutto il resto è una conseguenza.