di Giani Pardo – 22 Marzo 2015

Ci sono tesi che si sostengono con piacere: sono quelle che si possono difendere senza essere minimamente sospettati di partigianeria, dal momento che, al contrario, di solito si sta sulla barricata opposta.
Massimo D’Alema è da sempre una persona irritante. Scambia costantemente il sarcasmo per umorismo. Non riesce a non far trasparire la sconfinata ammirazione per la propria intelligenza e il disprezzo per la stupidità altrui. È così dichiaratamente “antipatico”, da essere riuscito – malgrado gli universali riconoscimenti – a fare meno carriera di altri. Egli è insomma la migliore dimostrazione delle teorie di Machiavelli: ha le qualità giuste per andare lontano in politica, ma gli manca il buon senso di obbedire al Segretario Fiorentino quando consigliava di avere almeno l’apparenza, se non la sostanza della virtù. Lui riesce invece ad avere una sostanza cattiva e un’apparenza pessima.
Ma tutto ciò non limita la validità di un principio universale: un’affermazione non è vera secondo chi la formula, ma secondo la sua corrispondenza alla realtà. Dunque, se D’Alema afferma che il Pd è “un partito a forte componente personale e anche con un certo carico di arroganza”, dice una sacrosanta verità. E proprio “sacrosante” sono state definite le sue parole da Pierluigi Bersani. Non importa che anche D’Alema sia arrogante. Non importa che, come insinuano i renziani, il suo atteggiamento possa anche essere dettato dalla frustrazione di contare tanto meno di un tempo: la verità rimane la verità. Il Pd è effettivamente un partito dominato in modo brusco e irrispettoso da un giovanotto di nome Renzi che, malgrado il suo frequente sorriso e il suo atteggiamento di ragazzo che non invecchierà mai, alla Gianni Morandi, è nella sostanza più arrogante dello stesso D’Alema. E ce ne vuole.
Naturalmente nessuno pretenderà di moraleggiare, riguardo all’attuale Primo Ministro: ma rimane lecita la critica riguardante l’efficacia di un simile comportamento. Già uno degli ambasciatori della guerra del Peloponneso, per come riferisce Tucidide, insegnava che anche se la benevolenza nei confronti dei vinti non è priva di controindicazioni, la crudeltà nei loro confronti renderà in futuro ancor più determinata la resistenza dei possibili sconfitti. Perché i combattenti sanno di non avere nulla da sperare dalla resa. Che Renzi comandi passi, che infierisca no. Che sostegno può aspettarsi, al bisogno, da un Bersani che già oggi, e pubblicamente, approva le critiche più acerbe? Che lealtà può aspettarsi da un Enrico Letta non soltanto pugnalato alle spalle, ma perfino irriso? Chi si lascia dietro una scia di feriti, deve anche prendere in considerazione l’idea che i feriti, appena si riprenderanno un po’, si coalizzeranno contro di lui.
Fra l’altro, il trionfalismo dei renziani sembra del tutto infondato. Innanzi tutto quel famoso “superamento del 40%” dei consensi, tanto sbandierato, riguardava elezioni europee che gli italiani sentono ininfluenti, rispetto alla loro realtà quotidiana; poi in quel momento la consultazione suonò come un ballottaggio fra il Pd e Grillo e dunque, ridimensionato definitivamente Grillo, questa alternativa non si porrà più.
In secondo luogo, la luna di miele del governo dura finché il popolo pensa che non ha “ancora” realizzato le proprie promesse. Col passare del tempo invece subentra la delusione, e non c’è sorriso, battuta o sarcasmo che riesca a vincerla. Nel nostro caso la delusione è fatale non tanto perché il governo sia pessimo o non abbia buona volontà, ma perché il problema, per l’Italia come per il resto d’Europa, è insolubile finché non si cambia mentalità. È il modello dello statalismo, del sindacalismo, del fiscalismo che è in crisi. Le enormi difficoltà economiche ne sono soltanto la conseguenza. E finché statalismo, sindacalismo e fiscalismo non saranno rigettati dal popolo, nulla di serio cambierà, se non in peggio.
Dunque il futuro non è roseo. Ci si può chiedere quando la gente arriverà alla fatale esasperazione di fronte all’ottimismo sfacciato e provocatorio di Renzi, propinato quotidianamente in dosi da cavallo. Ma quand’anche l’ex sindaco riuscisse a durare – e in politica la cosa è più difficile di quanto lui stesso sembri pensare – probabilmente si troverebbe a capeggiare l’Italia nel momento peggiore. In fondo, tutti gli sforzi che si stanno facendo per salvare la Grecia non riguardano la Grecia: si vuole soltanto coprire il disastro di una unione economica insostenibile, rinviando la resa dei conti. E nel momento in cui questa resa dei conti diverrà attuale, il tonfo più rumoroso sarà proprio quello dell’Italia, perché è il più grande, il più ricco e contemporaneamente il più insalvabile dei grandi Paesi in crisi.
Da chiunque provenga l’arroganza, oggi come oggi è veramente inammissibile.

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