di Toni Capuozzo

L’ho imparato sul campo: in guerra ogni trincea è buona. Ogni muro dietro il quale ripararsi, ogni buca in cui gettarsi per evitare di essere colpiti.  E dunque è normale che tutti continuiamo a farci schermo con le preoccupazioni quotidiane, con i nostri affetti e le nostre evasioni preferite, musica o calcio, libri o film, pettegolezzi  o passioni politiche.  Ma c’è qualcosa di nuovo, nella sfida lanciata dall’Isis.

La prima novità  è la natura delle sue tattiche. Noi guardiamo ai suoi avanzamenti e ai suoi arretramenti così come abbiamo imparato sui libri di storia, su guerre il cui scopo era di allargare o difendere confini, terre da liberare, governare, amministrare.  E l’Isis , a modo suo amministra (c’è un video di propaganda singolare nella sua ingenuità che mostra mezzi dello Stato islamico intenti a riparare strade) imponendo tasse e sharia, schiavizzando e distribuendo morte. Ma è nel suo DNA la guerra permanente: non può conoscere soste, pace o tregua.  E allora ogni colpo inferto all’Isis, la liberazione di Kobane o la progettata difficile liberazione di Mosul non metteranno fine alla minaccia.

La seconda novità, che ha a che fare con la prima, è la strategia dell’Isis.  Nelle profezie islamiche è detto che la proclamazione del Califfato non inaugura un’era di pace e serenità, ma segnala l’avvicinarsi della fine del mondo, e della battaglia finale tra il Bene e il Male (il male saremmo noi, ovvio) in quella Dabiq che fa da titolo alla patinata rivista dell’Isis, e che noi potremmo chiamare Armageddon.  Follie da VII secolo risorte in uno strano incrocio con catastrofismi, millenarismo moderno, saga hollywoodiana ? Può darsi, ma abbiamo a che fare con un avversario per il quale il tanto peggio è tanto meglio, in una corsa apocalittica.

Terza novità. Se Al Qaeda era un gruppo terroristico che pungeva come una zanzara sanguinosa, l’Isis è un movimento, non un gruppo, è un’orda di cavallette.  E, a differenza dei suoi catacombali predecessori, esercita un richiamo globale. Basti pensare che più di cinquecento donne cresciute in Occidente hanno raggiunto lo Stato Islamico, sposandone i combattenti.  Ma per capire quanto la nostra geografia culturale ne esca scombussolata basti pensare che tra i cinquanta e i cento volontari sono partiti dalle Maldive, che noi consideriamo un quieto paradiso di atolli. E  a esemplificare la capacità di contagio che viene dall’uso della parola Califfato giunge la notizia che in Afghanistan, nella provincia meridionale di Zabul, trenta hazara sono stati sequestrati. Gli hazara sono sciti –sono l’ultima ruota del carro, in Afghanistan, come ricorderete raccontava il destino del ragazzino dagli occhi a mandorla nel Cacciatore di aquiloni – da sempre vessati.  Ma stavolta la pianificazione del sequestro, invece di una brutale e tradizionale esecuzione, fanno pensare alle tute arancioni, ai filmati, ai proclami con il coltello in mano come a una regia che fa scuola.

Quarta novità.  Noi continuiamo a fare della correttezza politica la nostra bussola. Studiate le biografie degli jihadisti occidentali: il problema della mancata integrazione è l’ultimo dei problemi.  E le moschee sono il più improbabile ufficio di reclutamento (anche la scorrettezza politica, che è lo specchio della sua antagonista  prede abbagli).  Si radicalizzano in rete, come in una moschea.2  e la motivazione principale è, alla resa dei conti, la povertà ideale dell’Occidente, la sua identità senza fascino. Solo gli ucraini di Kiev possono forse, e a torto, emozionarsi davanti a una bandiera europea.  Valanghe di brave e ingenue persone in Occidente continuano a vedere la colpa di tutto nell’occidente, che certo ha commesso i suoi tragici errori, dall’Iraq alla Libia. Ma non sono capaci di assegnare un’identità, sia pure orrenda,  e però autonoma, al radicalismo islamico.  Ricordo di averne parlato spesso, con conoscenti islamici, ai tempi del film di   Michael Moore,  secondo cui  l’11 settembre lo aveva fatto la Cia:  non ci lasciano neanche la possibilità di aver fatto tremare l’America,  siete sempre voi i soli e gli unici protagonisti, noi solo comparse e vittime, sempre…. Così, se viene da sorridere amaramente ai musulmani che sostengono che l’Isis è una creatura della Cia,  cosa dovremmo dire di tutti quelli che , in occidente, sospettano lo stesso ?

Quinte e ultime novità, che hanno a che vedere ancora con la correttezza politica. E’ il ritornello rassicurante sull’Islam religione di pace, e sull’Islam moderato.  La prima cosa viene detta da chi non ha letto il Corano, e non fa i conti con la necessità, per l’Islam, di storicizzarlo, di affrontare una lettura critica, che per i musulmani è sacrilega, perché il corano è parola di Dio (cercatevi in rete i coraggiosi interventi in materia del giornalista egiziano Ibrahim Issa). La seconda è un pensiero beneaugurante, e falsato. Perché il mondo è pieno di musulmani pacifici che sanno vivere pacificamente con gli altri, è pieno di musulmani che vengono uccisi come apostati, ma non esiste un Islam moderato su 2 questioni centrali:  il Corano va preso alla lettera, ? è la prima, di cui abbiamo detto. La seconda è la separazione della religione dalla politica, dalla società, dalla legge, per cui la fede diventa un fatto personale.   C’è una questione di correttezza nel linguaggio, sollevata in Francia: dire Stato Islamico è fare un favore a loro, bisogna dire Daesh, che è un nomignolo che rifiutano, perché suona come “coloro che schiacciano” e cose del genere.  Mentre in Libia l’Isis intima a Tobruk, Tripoli e Misurata di starsene buoni, per niente arrendevole, e non molla Sirte, noi ci attardiamo sulle parole.  In Italia è obbligatorio dire “migranti”  e bisogna recitare l’ovvietà che migrazioni e terrorismo non sono la stessa cosa, e però a dire che nessuno può escludere infiltrazioni già ci si schiera, e insomma ogni dibattito deve rispondere alla classificazione di destra o di sinistra, come nel balletto dei talk show. Basta salvare ipocritamente la coscienza: il beau geste dell’accoglienza, iil principio, chi se ne frega dei fatti, pazienza se non hai niente da offrire se non briciole. Basta risparmiarsi il passaggio difficile, a essere concreti e non parolai: salvare le vite in mare, accogliere quelli che si possono e si debbono accogliere, stroncare il business degli scafisti e degli jihadisti, evitare le infiltrazioni. Non si può tenere tutto insieme ?  Si ammette, non siamo capaci, e si sceglie.

Ogni trincea è buona, specie per chi non ha nessuna voglia di combattere, e provo una certa simpatia, dopo anni di frequentazione delle prime linee, verso popoli inermi e imbelli come me, finalmente.  Va bene, finchè si può, finchè non si deve.  Ma non posso non provare più simpatia per i curdi, per le donne curde, che con la loro fierezza difendono un po’ anche la nostra idea di umanità.  E per quello sparuto battaglione di cristiani assiri che ha preso le armi, per non fare la fine delle centinaia di fratelli e sorelle loro ostaggi.