Qualcuno potrebbe pensare che sia stato colpito da un improvviso vuoto di “memoria” visto che ieri nel mio diario nulla ho postato riguardo al ricordo di uno dei periodi più bui attraversato dal genere umano: la Shoah. E’ stato un fatto voluto, non potevo dimenticarmene: il Giorno della Memoria ed io siamo coetanei.

Non amo le celebrazioni fini e se stesse, dove la retorica dell’anniversario sembra prevalere sulla memoria di quello che è stato. Ho la sensazione che l’evento stia diventando lo stereotipo delle immagini in bianco e nero con i binari dei treni, sempre innevati, che portano alle porte del campo di sterminio, i forni, le camere a gas, le visite delle scolaresche, dei rappresentanti dei governi, le corone di fiori, i discorsi (spesso triti e ritriti) e che il fine ultimo non vada al di là di un momento di catarsi collettiva tesa a pulire le coscienze.

Il 27 Gennaio dovrebbe essere sì il giorno della Memoria ma anche l’occasione pere un bilancio di quello che le nazioni stanno facendo perché simili aberrazioni non abbiano più a ripetersi. E qui torno su un concetto che mi è caro: “l’azione conta più della parola”.

Chi si sta chiedendo perché in Europa cominciano a prendere piede associazioni xenofobe e neonaziste o neofasciste? Chi si sta chiedendo perché alcuni giovani, che nulla hanno vissuto delle ultime vicende belliche e delle politiche che le hanno generate, si sentono attratti da tali movimenti? Quali azioni concrete si stanno mettendo in campo per debellare questi fenomeni? Ecco, il Giorno della Memoria dovrebbe servire anche per dare queste risposte.

Il ricordo del passato ha un vero valore solo se sulla base di quelle esperienze si è capaci di progettare il futuro.