di Toni Capuozzo – 16 gennaio 2015

 

Il carnevale italiano  è iniziato un po’ prima della fine del mese. Il tema di giornata è la liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo.  Non occorre mettersi la maschera  dei buonisti, per essere sollevati dalla loro liberazione, per esserne felici, per gioire del fatto che i coltelli degli sgozzatori sono rimasti inutilizzati, stavolta.  Non occorre indossare la maschera dei duri ed inflessibili, per ragionare  sulla loro ingenuità, e sulla ambiguità di quel volontariato.  Né serve  mettere la maschera dei taccagni, o dei ragionieri di Stato per dire che dodici milioni di dollari (o la metà, non importa) vanno a ingrassare le fila del terrorismo, e avrebbero potuto essere spesi altrimenti: potevamo avere loro vive senza pagare ? No. Abbiamo pagato sempre, tranne per i colleghi di Quattrocchi e per Enzo Baldoni.  Mi dicessero che dobbiamo pagare adesso per padre Paolo Dall’Oglio o per Giovanni Lo Porto, direi: subito, ridateceli.  E’ vero: in Italia l’anonima sequestri è stata sconfitta dal blocco dei beni dei sequestrati, ma c’è una differenza tra i criminali e i terroristi. La differenza, a volerla tradurre nel modo più brutale,  è tra il brandello di orecchio di Faruk Kassam, e la gola recisa di James Foley, e di tanti altri.  E’ vero: si potrebbe fare come il Giappone con i suoi sequestrati in Iraq. Lo Stato paga e l’interessato si indebita, restituisce un po’ alla volta i soldi alla comunità.  Mi si dice: l’Austria, alle due ragazzine che avevano raggiunto la jihad, sono rimaste incinta e vogliono tornare ha casa, ha detto: fatti vostri.  Qui invece abbiamo due ragazze che non sono andate a combattere, ma ad aiutare. E qui entriamo in un terreno ambiguo, termine che stride con la solidarietà, l’altruismo, il farsi carico delle tragedie del mondo e delle persone.  Perché un conto è l’ingenuità, la sottovalutazione del rischio, il protagonismo, tutte cose che sono presenti anche nel giornalismo di noi inviati, nel migliore dei casi convinti che il nostro racconto salverà il mondo.  Altro conto è la confusione. E la missione di Greta e Vanessa era piuttosto confusa: aiuti sanitari, acqua e medicine, sì. Ma attraverso chi ? Attraverso il gruppo Ahrar al Sham (il movimento islamico degli uomini liberi del Levante), salafita. Nel piccolo mondo che ha preso a cuore la rivolta siriana contro il dittatore Assad, prima che venisse sequestrata dai fondamentalisti,  c’era di tutto: esuli siriani e persone semplicemente indignate, militanti politici e islamici cui prudevano le mani. Avete presente la fotografia che ritrae le due ragazze abbracciate, con un cartello scritto in arabo, a una manifestazione italiana ? Il cartello recita: “Agli eroi di Jiwa Shuhada grazie per l’ospitalità e se Dio vuole vedremo la città di Idlib libera quando torneremo “. Ognuno si sceglie gli eroi che preferisce, ma la Jiva Shuhada è un battaglione di “martiri” che gestisce due prigioni  chiamate, con ironia, “Guantanamo” e “Abu Ghraib”, di cui si sa che non hanno nulla da invidiare ai due modelli, almeno per il fatto che quella è una guerra in cui non si fanno prigionieri.  Per quel che ne so io, il sequestro delle due era stato pensato ancora prima della partenza dall’Italia, e maturò nella casa in cui erano ospiti.  In un’altra fotografia delle due volontarie scattate in una manifestazione appare Haisam Saqan. Un oppositore siriano, e come tale invitato a un talk di Gad Lerner (del resto anche Barbara d’Urso aveva invitato l’allora disarmata Maria). Haisam è ritratto in un filmato ripreso dal New York Times, in un gruppo di jihadisti che si appresta all’esecuzione sommaria di una decina di militari siriani, inginocchiati e piegati a  a torso nudo.  Io non dico che non si debba occuparsi generosamente di cause lontane, ma un po’ di cognizione di causa non guasta. Forse ci si può accontentare che qualche sostenitore dell’Isis, contrapposto ai qaedisti di Jabbat Al Nusra (l’organizzazione che ha preteso una fetta del riscatto per consentire il passaggio delle due volontarie verso la liberazione nel territorio da essa controllato) abbia rimproverato alla concorrenza di aver lasciato libere le “crociate italiane”.  Ma quanto a cause lontane, ne ho qualcuna da suggerire:  Raif Badawi, un coraggioso blogger saudita che è intervenuto sul rapporto tra Islam e modernità è stato condannato a dieci anni di prigione  e mille frustate, inflitte in pubblico a rate di 50 ogni venerdì.  Certo, il divieto alle donne di guidare in Arabia Saudita o la permanenza nel braccio della morte di un carcere della pakistana cristiana Asia Bibi, la distruzione di villaggi in Nigeria o l’accoltellamento di un imam bosniaco che dissuadeva dall’andare in Siria non sono cause adrenaliniche. Sono davvero felice siano libere e vive, e a loro due, avendo saputo qualche dettaglio della loro prigionia, non ho proprio nulla da rimproverare: si godano il silenzio, e io comunque, affascinato più dai peccatori che dai santi,  preferisco i peccati di generosità a quelli di avarizia. Ma ai profeti del buonismo,  alle istituzioni   della correttezza politica, alle banalità da talk show,   alla melassa  dell’ipocrisia dico una cosa: adesso che ci state ripensando, adesso che forse non si deve offendere le fedi, adesso che forse tra le matite si è fatta più grossa quella rossa dei limiti, adesso che non siamo più completamente Charlie, adesso non fateci passare tutti per Vanessa e Greta.