di Gianni Pardo – 7 gennaio 2015

L’attentato di Boulevard Lenoir, a Parigi, farà scorrere banali fiumi d’inchiostro. Non è giornalismo scrivere ciò che gli altri sanno già e parlare di un orrore che tutti sentono. Deprecare una malattia non serve a niente. Solo cercarne le cause può essere utile. Quanto meno in futuro.

L’attentato di Parigi appare motivato dal fanatismo religioso islamico. Naturalmente nessuno si permetterebbe di dare all’Islàm la colpa di alcuni atti perpetrati in suo nome. Il fenomeno è qui trattato come una malattia proprio per indicare la totale indifferenza morale per l’agente che la provoca. La parola “antibiotico” etimologicamente significa; “che provoca la morte”, ma ciò non significa che l’uomo condanni a morte gli agenti patogeni, come se fossero moralmente responsabili di qualcosa. L’antibiotico si usa per obiettivi fini di autoprotezione. Analogamente, la discussione sul terrorismo, e sull’interpretazione pratica che alcuni musulmani dànno della loro fede, è sterile. Essenziale è sapere se possiamo convivere con loro o se dobbiamo difendercene.

Su questo punto bisogna essere assolutamente chiari. Poniamo che dei delinquenti – e non importano le loro motivazioni – convincano una bambina ad indossare una cintura esplosiva per uccidere quante più persone può in un mercatino rionale. Se fossimo avvertiti in tempo, se la vedessimo avvicinarsi, e se non avessimo nessun altro mezzo per fermarla, forse che non le spareremmo a vista? Non certo perché odiamo quella povera vittima. Questo paragone va tenuto presente. Tutto ciò che si dirà non costituirà un giudizio sui musulmani e non sarà espressione della minima animosità. Si tratta soltanto di realismo, come quello che ci farebbe uccidere la bambina.

Dopo un paio di generazioni, qualunque immigrato, in Europa, è assimilato alla popolazione locale. La Francia è piena di cognomi italiani, tedeschi, spagnoli, polacchi, e queste persone si sentono perfettamente francesi. Incluso l’ “ungherese” Sarkozy. Ma la regola non vale per i musulmani. Anche dopo due, tre, quattro generazioni, non si integrano al Paese che li accoglie. Per conseguenza bisognerebbe vietare loro l’immigrazione: non per ragioni astratte, semplicemente per evitare la formazione di gruppi allogeni. Abbiamo drammatici esempi di ciò.

Si direbbe che si sia dimenticato che sta all’ospite conformarsi agli usi della casa che l’accoglie. When in Rome, do as the romans do, quando sei a Roma conformati agli usi romani. Noi ci togliamo le scarpe, entrando nelle moschee, i musulmani non possono pretendere che cambiamo i nostri comportamenti per compiacerli. E invece è ciò che avviene. Abbiamo presidi che vorrebbero togliere il crocifisso dalle scuole o vietano di fare il presepe, perché ciò potrebbe offendere la sensibilità degli alunni musulmani; altri hanno tolto dalle mense i cibi che la religione islamica non permette, mentre mai si è pensato, per esempio,  alla cucina kosher per gli ebrei, che sono da noi da ben più tempo. Le musulmane hanno preteso – anche se pare non l’abbiano ottenuto – di farsi fotografare per le carte d’identità mostrando solo la fessura degli occhi, nel chador. In generale l’Occidente si è mostrato non soltanto rispettoso di questi ospiti ingombranti, ma addirittura intimidito da loro. Quando una rivista danese pubblicò una caricatura del Profeta, furono moltissimi a manifestare una certa riprovazione per chi aveva osato “offendere” un simbolo religioso, e passi: ma soprattutto tutti furono generosi di consigli di prudenza. Possiamo giudicare severamente il Papa, possiamo dire il peggio del peggio degli ebrei (ché tanto sono civili e non ci sparano) ma coi musulmani è meglio essere delicati fino allo scrupolo. Non si capisce che, quando si cede ai violenti, li si incoraggia.

Ormai non oseremmo dire, riguardo all’Islàm, niente di simile a ciò che all’occasione diciamo del Cristianesimo. Non che sarebbe giustificato giudicare male una di queste religioni: ma nella nostra civiltà è scritto che deve essere lecito farlo. E invece abbiamo tollerato che nelle nostre moschee fosse predicata l’intolleranza, quasi pretendendo la nostra sottomissione.

A questo andazzo si sono opposti ben pochi. Per antieuropeismo viscerale e per terzomondismo d’accatto, noi europei passiamo il tempo a batterci il petto e ad accusarci di ogni crimine: dall’essere cristiani all’essere [stati] colonialisti, dall’essere bianchi all’essere ricchi. Noi insceniamo questa finta autofustigazione e qualcuno prende sul serio quelle accuse e sogna di “infliggerci la giusta punizione”. In boulevard Lenoir qualcuno c’è riuscito.

La lezione di Parigi è molto breve: l’Occidente ha smesso di credere ai propri valori, non è più disposto a difenderli, ha raso al suolo le sue mura, ed ora si stupisce che i barbari non trovino ostacoli.