di Gianni Pardo – Martedì, 11 giugno 2013

In un suo articolo(1) Galli Della Loggia riprende il problema della mancata partecipazione delle élite alla vita politica dell’Italia. “Pur se critiche, criticissime, delle condizioni del Paese e della qualità della sua classe politica accreditata, tuttavia preferiscono l’immobilità. Hanno ereditato una sorta di timore atavico a schierarsi davvero all’opposizione del ‘sistema’ nel suo complesso, a diventare fautrici di un vero rinnovamento”.
Il fatto è indubitabile, la spiegazione è discutibile. Se la ragione prima, per rimanere fuori dall’agone politico, fosse la tendenza “governativa”, avremmo visto più intellettuali schierati con la Democrazia Cristiana. Invece in Italia tutta l’intellighenzia o quasi si è sempre schierata con la sinistra, anche quando questa significava Stalin. La ragione della distanza delle élite moderate dalla politica non è data dalle loro personali caratteristiche, come crede Della Loggia, ma dalle caratteristiche del popolo italiano.
Gli italiani sono spiritualmente figli della caduta dell’Impero Romano. I Romani erano superiori agli altri popoli a tal punto che, mancando di complessi, erano benevoli con tutti. Per questo i popoli conquistati si sono romanizzati: hanno avuto voglia di sentirsi romani anche loro e l’editto di Caracalla li avrà resi felici. La nostalgia di quel mondo è stata tale che se ne è voluto prolungare la vita, col Sacro Romano Impero, fino a tempi molto recenti.
Le vicende dei popoli romanizzati sono tuttavia state diverse. Alcuni di loro, pur non rinunziando alla “romanità”, hanno creato grandi nazioni capaci di conquistarsi una propria gloria: i francesi ad esempio, fieri della loro eredità latina come lingua, come religione, come cultura, nello stesso tempo non dimenticano che il loro Paese è stato per secoli la potenza egemone sul continente. Formano dunque una vera nazione, tenuta insieme dalla storia e da un’anima comune. E qualcosa di analogo può dirsi per gli spagnoli, gli inglesi, gli austriaci. L’Italia viceversa non si è mai ripresa dalla catastrofe della caduta. È passata da potenza egemone a  terreno di conquista per tutti. I suoi staterelli, non che costituire un’unità nazionale, da un lato erano deboli e indipendenti fino ad un certo punto, dall’altro erano in lotta fra loro. E con tale acrimonia da favorire a volte lo straniero pur di andare contro il vicino.
La politica italiana è stata caratterizzata dal rancore, dal sospetto, dal tradimento, dal cinismo, dalla guerra di tutti contro tutti. Gli stessi singoli italiani sono talmente convinti della disonestà e slealtà dei loro avversari, che da un lato li calunniano spensieratamente, dall’altro cominciano loro stessi con l’essere disonesti e sleali, “per non farsi fregare”. Ne risulta che l’ambiente della politica, è tale che un galantuomo in esso non riuscirebbe che a sporcarsi. Come diceva Lutero, “quotiens cum stercore certo, aut vinco, aut vincor, semper ego maculor”: ogni volta che combatto con la merda, o vinco, o sono vinto, certo sempre sono macchiato. Nessuno crede alla buona fede e all’onestà di nessuno. Dal giorno che scende in politica chiunque deve sopportare a ciglio asciutto di essere considerato un delinquente. Nessuna smentita, nessuna controprova è sufficiente. Io stesso non ricevo un euro per gli articoli che scrivo e mi sono sentito definire pennivendolo e prezzolato. Nel mondo della politica gli appartenenti alle élite culturali si sentono degli alieni già per ragioni di buon gusto.
Inoltre gli italiani, con la loro cultura di signori decaduti, non sono sensibili all’economia. Se qualcuno espone delle cifre, ottiene soltanto di non essere ascoltato. Tutti vogliono la Luna, subito. L’intendance suivra. Anche invitando a considerazioni realistiche – per esempio, non si può aver tutto, i fondi sono limitati – si ottiene solo di essere considerati cinici, spregevoli e immorali. Meglio promettere ciò che non si darà. La forma sarà salva e l’applauso assicurato.
Noi nuotiamo in un oceano di parole prive di rapporto con la realtà che ci fanno sentire moralmente superiori al nostro avversario e che sono indispensabili per il successo. Chi strilla di più, chi promette di più, ottiene più voti. Come potrebbe affermarsi un uomo onesto, in questo mondo? Da noi sarebbe un eccezionale statista soltanto chi fosse  capace di fare le cose giuste (contro gli avversari e contro gli alleati) dopo avere convinto il popolo che avrebbe fatto le cose sbagliate che esso chiedeva.
La congiura delle ipocrisie e degli interessi contrapposti conduce il Paese all’immobilismo. Si promettono riforme che non si fanno mai perché ognuno vieta che se ne realizzi una che avvantaggi gli altri. E comunque noi non ci accontentiamo mai del buono, vogliamo sempre il meglio. E alla fine dobbiamo accontentarci del niente.

 

(1) http://www.corriere.it/editoriali/13_giugno_10/se-il-carisma-non-basta-editoriale-galli-della-loggia_29eae01a-d18b-11e2-810b-ca5258e522ba.shtml