di Daniele Chieffi – Lunedì, 6 maggio 2013

Il vero problema è il drammatico livello culturale, etico, morale, del nostro Paese, non certo il Web “brutto e cattivo”. Avete mai ascoltato le conversazioni nei bar, sui bus, nelle metropolitane, per strada mentre attendete che scatti il verde al semaforo pedonale? Avete mai teso le orecchie per intercettare i discorsi nei capannelli di persone per strada, dei vicini di tavolo nei ristoranti, delle persone in attesa delle brodaglie caffeiniche alle macchinette automatiche degli uffici? Se sì avrete sicuramente intercettato il concentrato di violenza verbale, di luoghi comuni, di giudizi pesantissimi, di volgari insinuazioni, di insulti e posizioni razziste, xenofobe, intolleranti e paurosamente semplicistiche che quella che viene spocchiosamente definita “la gente” è in grado di produrre.
Personalmente ho avuto modo di testare le reazioni verso il primo ministro di colore che, per amor di dignità non ripeterò qui, e quelle, insinuanti o esplicitamente sessiste, sino a violentemente ideologiche contro la Presidente della  Camera. Non tutti, certo. Non comunque ma ne ho ascoltati tanti di giudizi simili, giudizi che poi ho ritrovato, quasi fossero stati registrati e trascritti, fra i commenti apparsi sul Web.
E allora basta! Basta con questa storia di separare il Web, quasi fosse popolato di alieni, dalla società vera. La Rete siamo noi e non è uno slogan. Ci siamo noi dietro ai pc, ai tablet e agli smartphone. C’è il nostro collega, vicino, concittadino, condomino, c’è il fidanzato di nostra figlia, l’amico di nostro figlio, il nostro capoufficio e il nostro salumiere, il verduraio, l’idraulico, il manager e l’autista del bus.  Bisogna rendersi conto, una volta per tutte che il Web è un ecosistema sociale digitale che replica, in pieno la nostra società. E’ il nostro specchio, che riflette quel che siamo, nel bene e nel male.
Se la nostra società è malata di xenofobia, razzismo, violenza ideologica, povertà culturale, superficialità, disinformazione lo è anche il Web e tanto è, non c’è nulla da aggiungere. Altra cosa, però, sono gli effetti che queste povertà hanno quando, invece che in bar, ristoranti o semafori, si esprimono sulla Rete. La visibilità assoluta, l’effetto straniante dell’assenza fisica, della digitalizzazione dell’identità, innescano onde di violenza verbale del tutto simili a quelle della massa. Chi è stato allo stadio sa di cosa parlo, ovvero di come tendiamo ad associarci a flussi di violenza verbale condivisi, che diventano la voce della massa nella quale ci diluiamo. Ognuno influenza l’altro e ci uniamo in un coro violento, formiamo un branco e attacchiamo la preda, caricandoci l’un l’altro in un’apoteosi violenta.
“Punire” il Web per questo? Non ha alcun senso. Non si punisce lo strumento ma chi lo usa. Censurarlo, controllarlo? Ancora peggio. Non parliamo di una maggioranza e ledere i diritti sacrosanti di tutti per tacitare i, relativamente, pochi, è un orrore in tema di diritto. D’altronde gli strumenti normativi esistono, come ha autorevolmente detto Stefano Rodotà e puniscono i reati, sia che si commettano davanti alle macchinette del caffè che su Facebook e anche qui, non c’è altro da dire.
Il problema, se volete, è decisamente più ampio. Si parla di responsabilità e di cultura del Web, intesa come consapevolezza dell’uso che se ne fa e delle conseguenze che questo possa avere. In uno splendido articolo su La Stampa, Juan Carlos De Martin lo spiega in maniera eccellente e parla esplicitamente di “educare all’uso del Web” e usa il termine, bellissimo di “adolescenza tumultuosa della Rete”.
Ne avevo umilmente già parlato, tempo addietro, ma avevo anche sollevato un discorso più ampio. Se è vero che il problema è culturale non è solo di “cultura del Web” che bisogna parlare ma di livello culturale tout-court. In una mia riflessione su Agenda digitale.eu sostenevo, sulla scorta degli studi del professor Tullio de Mauro, che ormai quasi la metà degli italiani non è in grado di comprendere testi scritti elementari, dimostrando una capacità di critica e di comprensione della realtà a livelli che definire preoccupanti è ottimista. Se questo è il panorama della nostra società, parlare di “controllo della Rete” non solo è pericoloso ma è un inganno. Ci inganniamo tutti nel guardare il dito e non la luna. Questo Paese ha un preoccupante livello di involuzione culturale ed episodi come quello della Boldrini e della Kiange non sono altro che sintomi. La malattia è ben più grave e forse sarebbe il caso che ce ne rendessimo conto e iniziassimo a cercare soluzioni.