di Claudio Sonzogno – Lunedì, 22 aprile 2013

Giorgio Napolitano, rieletto Capo dello Stato, con alle spalle un settennato di grande prestigio, è certamente il miglior biglietto da visita che l’Italia in questo momento possa avere. Ma non può passare in secondo piano che un quasi navantenne ha dovuto soccorrere un Parlamento per l’inerzia dei partiti ”tradizionali” ad assumersi la responsabilità nei confronti dell’elettorato.
    E così Napolitano deve sacrificare il meritato riposo e restare al Quirinale con il generale riconoscimento di essere in questo momento l’unica risorsa politica di qualità. Rispetto a una classe dirigente che, del tutto insensibile alla sconfitta elettorale (insieme PD e PDL hanno perso circa dieci milioni di voti)  non ha avuto alcun pudore di continuare a mostrarsi, anche in occasione della nomina del Presidente della Repubblica, soprattutto impegnata in lotte di potere,  piuttosto che a confrontarsi per l’interesse generale del Paese.
     Cosi sui rancori del passato si è consuma l’implosione del PD, che ha portato alle dimissioni del segretario, dopo la bacciatura di due suoi candidati, Marini e Prodi, e quindi allo strappo con l’alleato Sel di Vendola, che nella corsa al Quirinale ha deciso di sostenuto un proprio candidato.  
     Per contro il PDL e la Lega, dopo la rottura PD-SEL, diventano la delegazione di maggioranza alla Camera facendo ritornare Berlusconi di nuovo e immeritatamente grande protagonista.
      Tuttavia la incapacità di nominare un nuovo Capo dello Stato pesa egualmente su entrambi gli schieramenti che hanno dovuto prendere atto della incapacità di dare una guida al Paese, tanto da richiedere a Napolitano un ”bis” del mandato Presidenziale e una indicazione per il governo del Paese.
        Se è ormai scontato che vedrà presto la luce un governo di scopo per l’emergenza economica e una riforma elettorale che ormai sembra avviata al presidenzialismo,  già si guarda tanto al PD che al PDL che lo appoggeranno, a una loro inevitabile rifondazione che faccia dimenticare un ventennio dove la politica è stata ignorata e prevaricata dagli interessi personali.  
       Ma è inevitabile che il punto di partenza per il rinnovamento della classe dirigente, nonché la fine di una stagione di ignoranza politica e l’inizio di una maggiore consapevolezza del  ruolo dei partiti,  debba passare per la definitiva uscita di scena di coloro che ne sono stati i leader  in un epoca di grande disagio caratterizzata da scandali, ruberie e comportamenti non certo esaltanti.
        Il primo ad andarsene è  Bersani. E il nuovo PD sembra già impostato con due linee diverse. L’una, di centrosinistra, che fa capo a Matteo Renzi e l’altra decisamente di sinistra guidata da Fabrizio Barca, che dovrebbero confrontarsi sulla visione del futuro con ritrovata civiltà politica e onesta intellettuale.
        Come potrà riformarsi invece il PDL visto che per prima cosa dovrebbe licenziare il suo proprietario, ossia Berlusconi? C’è chi ha rilevato che al PDL manca un Renzi e certamente anche Berlusconi ne sente la mancanza, visto l’attenzione che ha sempre rivolto verso il sindaco di Firenze. Ma forse è giunto il tempo, soprattutto ora che si trova di nuovo sull’altare, che Berlusconi pensi a mettersi spontaneamente da parte per far crescere, davvero, una nuova classe dirigente anche nel PDL.