di Alessandro De Nicola, su “La Repubblica” 8 Aprile 2013

 

Non sappiamo se è quando nascerà un governo. Ma se un nuovo esecutivo dovesse vedere la luce, tutti sappiamo quale sarà una delle sue priorità assolute: il taglio dei costi della politica. Tutte le forze presenti in parlamento sono concentrate sui rimborsi elettorali, la riduzione degli stipendi ai rappresentanti del popolo, la loro diminuzione, il parziale smantellamento di quell’apparato al loro servizio che fa sì che il Quirinale costi più di Buckingham Palace e che i funzionari delle camere guadagnino cifre esagerate.
Tutto commendevole, per carità: i privilegi ingiustificati della classe politica sono durati fin troppo a lungo ed é ora di procedere ad un’opera di disboscamento. Tuttavia, già nel XIX secolo l’economista francese Bastiat ammoniva a distinguere tra ciò che si vede e ciò che non si vede nei provvedimenti governativi. Si riferiva ai costi nascosti ed indiretti di quelle che sembravano a prima vista misure auspicabili, come i sussidi all’agricoltura. Ebbene, anche in politica ci sono costi abbastanza chiarì ed altri più opachi.
Ci dà occasione per parlarne la mirabile avventura della società “Flotta Sarda”, creata dalla regione Sardegna, su entusiastico impulso del suo governatore Cappellacci.
Nel 2011, infatti, il governatore, affranto dalle alte tariffe delle compagnie di trasporto privato che collegano la Sardegna al continente, lanciò l’idea di una società regionale che rinverdisse i fasti dell’ormai privatizzata Tirrenia, la quale nel corso della sua esistenza era costata ai contribuenti un enorme quantità di denaro che ne ripianava le perdite di esercizio. Persino la sua privatizzazione ha comportato un impegno di sussidi pubblici per otto anni di 580 milioni di euro, finiti nel mirino della Commissione UE in quanto sospetti di essere aiuti di Stato proibiti.
Ora, é pur vero che le società di navigazione privata sono tutt’oggi soggette ad un procedimento dell’Autorità antitrust in quanto accusate di aver stipulato un accordo di cartello, ma c’era bisogno per la regione di improvvisarsi armatore e creare la propria flotta? Per Cappellacci non ci sono stati dubbi e così nel 2011 ha affidato il servizio ad una società controllata, Saremar, cui poi é subentrata nel settembre 2012 “Flotta Sarda
s.p.a.”, equipaggiata con due navi-traghetto prese a nolo, Scintu e Dimonios, e dotata di un capitale iniziale di 10 milioni di euro.
Purtroppo già l’inizio era stato tormentato: la Commissione Europea aveva aperto nel 2011 un fascicolo, contestando aiuti di stato illeciti di 3 milioni a Saremar e ha quantificato a dicembre del 2012 in 9 milioni le perdite da essa accumulate, coperte con uno stanziamento di 10 milioni anch’esso probabilmente non consentito. Il commissario Almunia si era inoltre in altra sede lamentato che gli affidamenti delle rotte a Saremar erano avvenuti senza gara, contravvenendo così alla normativa europea sulla concorrenza e gli appalti pubblici.
Peraltro, la reputazione dell’operazione “Flotta Sarda” non sembra essere delle migliori. Il Procuratore generale della Corte dei Conti, infatti, nella sua ultima relazione annuale ha scritto che tra i “fenomeni corruttivi” riscontrati in Sardegna sia compreso anche“l’affidamento a società interamente partecipata dalla Regione, di attività imprenditorialeper l’espletamento di un servizio di trasporto […] già oggetto di assegnazione da parte
dello Stato per assicurare la continuità territoriale, con l’esborso di diverse somme a titolo di sponsorizzazione (circa tre milioni di euro) con profili rilevanti anche per quanto concerne l’osservanza delle norme europee in materia di aiuti di Stato”.
L’esito dell’avventura é stato deludente: oberata dalle perdite, Flotta Sarda ha dovuto recentemente annunciare la sospensione del servizio perché gli armatori proprietari delle navi hanno deciso che era meglio noleggiarle ai concorrenti privati, evidentemente ritenuti più solvibili. Cappellacci non demorde, però, è continua a promettere ancor’ oggi di varare al più presto la sua Invincibile Armada.
Cosa ci insegna questa storia? Che i veri costi invisibili della politica sono questi. Perdite enormi, sussidi che minano la concorrenza, sospetti di corruzione, fallimenti gestionali dell’imprenditore pubblico: il tutto senza che nessuno ne paghi le conseguenze se non i poveri contribuenti su cui vengono spalmati a loro insaputa i danni provocati dai pubblici amministratori.
I grillini, impegnati in battaglie moralizzatrici della politica, dovrebbero riflettere su questo episodio (in seduta di autocoscienza in streaming, naturalmente): essi sembrano credere che lo spreco sia figlio di questa classe politica corrotta (o composta di sfruttatori della prostituzione, come forbitamente elabora il loro leader) e che basterà sostituire i buoni ai cattivi e tutto si risolverà. Non é così: la qualità della classe dirigente certamente conta, ma é la stessa natura dello Stato-imprenditore che provoca guai, soprattutto nei settori dove le sue aziende godono di protezioni normative, nonostante che, come é ovvio, non tutte le società pubbliche siano malgestite. La vicinanza con il regolatore, le influenze del potere politico, il ripianamento delle perdite a pié di lista, l’occhio di riguardo del sistema bancario, le assunzioni legate all’appartenenza partitica, sono fattori che generano distorsioni della concorrenza, inefficienza e al peggio corruzione. Se non ne sono convinti, gli offro il supporto di un signore, vissuto due secoli e mezzo fa, che aveva in uggia come loro le interferenze del sovrano nella società civile: “In Scozia i sussidi ai pescherecci sono proporzionati al tonnellaggio della nave, non alla loro diligenza o al successo che conseguono nell’arte della pesca: e così ho paura che sia ormai diventato fin troppo comune per i pescherecci attrezzarsi al solo scopo di pescare non il pesce, ma il sussidio” . Adam Smith, La Ricchezza delle Nazioni, libro IV, capitolo 5. Ci meditino su.

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