Attenti a chi mandiamo al Colle,

di Michele Ainis – L’Espresso on line

Un passo alla volta la presidenza della Repubblica sta ampliando i propri poteri. Con Napolitano la controfirma, il controllo sugli atti normativi del governo, è diventata più stringente. E il suo successore potrebbe anche abusarne. L’Italia sarà pure sgovernata, ma è anche molto presieduta. Il nostro presidio è infatti un presidente, e non certo quello del Consiglio. Presidenza della Repubblica, ecco la casa di tutti gli italiani. Da Pertini in poi, l’unica istituzione veramente popolare. Nonché la più longeva (sette anni anziché cinque da parlamentare o da ministro, quando va bene). Ma altresì la più affilata, con una somma di poteri in grado di sovrastare ogni altro potere. Ne è prova l’alone che circonda ormai Napolitano: pari a quello di un monarca, piuttosto che di un presidente repubblicano. Sarà per questo che il Quirinale incarna la preda più ambita, durante il faticoso avvio della XVII legislatura. Domanda: e se al Colle fosse eletto un mascalzone? Quali mascalzonate potrebbe dispensarci, usando le competenze che gli attribuisce la Costituzione? STA DI FATTO CHE I POTERI presidenziali si sono progressivamente dilatati negli ultimi decenni. Senza incontrare argini nella Carta del 1947, dato che quest’ultima innalza un monumento all’ermetismo. In tutto nove articoli (Parte II, Titolo II), dove risuona uno stile secco, lapidario. Tanto che la dottrina costituzionalistica è divisa in due come una mela: chi vi ravvisa funzioni di governo, chi viceversa scorge le sembianze di un garante. Ma nel frattempo il garante-governante ha conquistato palmi di terreno, sottraendoli alle altre istituzioni. Con Ciampi, per esempio, il Quirinale si è impadronito del potere di grazia, sia pure a prezzo di un conflitto contro l’ex ministro Castelli (sentenza n. 200 del 2006). Mentre Napolitano ha rivitalizzato il Consiglio supremo di difesa, crocevia della politica militare. A suo tempo, Andreotti voleva farne un organo ausiliare del governo; Pertini lo convocò appena cinque volte durante il proprio settennato; come lui, più o meno, gli altri presidenti; invece con Napolitano si contano 15 riunioni fra il 2006 e il 2012. Ma il lascito di Napolitano si condensa soprattutto in due poteri. Un «potere invisibile» (come venne definito da Walter Bagehot a metà dell’Ottocento): ossia la moral suasion, il potere d’influenza, uno stillicidio di moniti, altolà, richiami, che nell’estate 2010 ottenne per esempio le dimissioni del ministro Brancher. E un potere visibile, formale: l’emanazione degli atti normativi del governo. Da qui il niet al decreto legge per Eluana (febbraio 2009), così come al decreto legislativo sul federalismo (febbraio 2011). Da qui l’ira funesta di Silvio Berlusconi, quando lamentò di presiedere un governo a sua volta presieduto dal capo dello Stato. Un’esagerazione, o meglio una balla, tirata in aria per giustificare i fallimenti del suo esecutivo. Però, diciamolo: in qualche frangente abbiamo avuto un po’ tutti la stessa percezione. Non che il presidente della Repubblica necessiti della controfirma governativa per la validità dei propri atti, bensì il contrario. E già, la controfirma. Un istituto che l’art. 89 della Costituzione ripete pari pari dall’esperienza regia, dove serviva a rendere il sovrano irresponsabile (The king can do no wrong), scaricando sui ministri il peso politico di ogni decisione (The king cannot act alone). Oggi funziona a mo’ di fisarmonica: talora l’atto viene deliberato in solitudine dal capo dello Stato (per esempio la nomina dei senatori a vita), sicché la controfirma governativa si limita ad attestarne la regolarità formale; più spesso a decidere è il governo (come nel caso dei decreti o della nomina degli alti funzionari dello Stato), e allora il controllo formale spetta al presidente. Permane tuttavia un’ampia zona grigia, dove i ruoli sono intercambiabili, dove da un momento all’altro il controllore può trasformarsi in decisore. E SE IL PROSSIMO PRESIDENTE usasse la controfirma per paralizzare l’azione del governo, per sottoporla alla propria volontà? Formalmente, nessuna norma costituzionale verrebbe in sé violata; nella sostanza, cadremmo nel più presidenziale dei regimi. O forse ci siamo già immersi fino al collo, anche se non ce ne rendiamo conto. Sicché c’è una domanda da girare ai candidati per il Colle: contro chi controfirma il presidente? Ascoltiamo bene la risposta, prima di votarli.